CIMBALI M2
venerdì 04 Aprile 2025
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Scrive Sepúlveda: dietro l’etichetta c’è il lavoro dell’uomo 

Da leggere

TME Cialdy Evo

di LUIS SEPULVEDA

Ora grazie allo sguardo di Salgado, mi avvicino ai lavoratori del caffè della Tanzania, della Cina, dell’India, dell’Etiopia e dell’Indonesia. Posso udire lo stesso fragile suono provenire dalle mani che raccolgono uno a uno i grani, il rumore dei grani che cadono anch’essi uno a uno nel sacco, il dolce scorrere delle mani nella prima selezione dei grani, sempre uno a uno, e la melodia da mare in bonaccia che si ascolta quando nei magazzini vengono sparsi i grani per l’essiccazione.

Con le sue fotografie Salgado ci invita a leggere l’aroma del caffè, o a guardare il fondo della tazza, non per intravedervi il nostro futuro, ma per scorgere una lunga fila di uomini e donne che si inerpica su per stretti sentieri fin sopra le nuvole o che si fa strada attraverso boschi oscuri e umidi, a dorso di mulo, fino ad arrivare alla piantagione di caffè.

Donne e uomini di razze e colore di pelle diversi, che nei templi dell’accaparramento paiono dedicarsi a una religione sconosciuta.

Così come in alcune religioni le mani si passano i grani del rosario — vuoi per invocare tutti i nomi dei loro dèi, vuoi per ricordare compunti, le tappe del martirio — in quei templi le mani si passano i grani, uno a uno, riconoscendo nella composizione il colore, l’aroma e il sapore che avranno più tardi.

Guardo le fotografie e immagino Salgado dietro il suo obiettivo, in cima a un monte in attesa che si apra uno squarcio tra le nuvole e le colonne di luce solare inondino la piantagione.

Posso immaginarlo mentre si rende invisibile affinché il contadino africano in posa, vestito della sua elegante umiltà, non si inibisca; affinché la contadina dai tratti maya conservi il sorriso antico; affinché la coppia di volti asiatici non perda maestà.

Diversi anni fa, nella Speicherstadt di Amburgo ho assistito a una liquidazione di caffè. Si vendevano migliaia di sacchi, di diversa provenienza e denominazione. Si parlava di prezzo, si soppesava la bontà del contenitore e del trasporto, si elogiava il clima di un dato anno e la pioggia caduta con minore o maggior abbondanza in alcune zone del mondo, ma neanche una parola sugli uomini e le donne dalle cui mani provenivano quei grani di caffè.

Nessuno ricordava il contadino della Tanzania che aveva letto sulle foglie il momento buono in cui separare i grani dal fusto. Nessuna voce ricordava la contadina del Guatemala che, portandosi un figlio in spalla, saliva fino al regno delle nuvole per portar giù i frutti che avrebbero rallegrato le mattine europee.

È questo che fa Sebastião Salgado: restituire l’epica dello sforzo umano, la dignità onnipresente del lavoro nella splendida sobrietà delle sue gesta, ossia raccontare in immagini la storia del mondo.

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