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sabato 05 Aprile 2025
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Mocha Mousse è il colore PANTONE dell’anno per il 2025

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mocha mousse
Mocha Mousse è il colore PANTONE del 2025

MILANO – Il colore scelto per il 2025 dal Pantone Color Institute è il Pantone 17-1230 Mocha Mousse, una tonalità di marrone chiara che rimanda al cacao e al caffè. Leatrice Eiseman executive director Pantone Color Institute, afferma come riportato dall’Ansa: “Sostenuto dal nostro desiderio di piaceri quotidiani, Pantone 17-1230 Mocha Mousse esprime un livello di ponderata indulgenza. Sofisticato e lussureggiante, ma allo stesso tempo senza pretese, questo colore estende la nostra percezione dei marroni dall’essere umile e radicata ad abbracciare aspirazioni e lusso. Infuso di sottile eleganza e raffinatezza terrosa, presenta un tocco di glamour discreto e delicato”.

Ispirati dalla decadenza di Mocha Mousse, alcune aziende hanno presentato prodotti innovativi. Ad esempio, dsm-firmenich ha presentato il gusto dell’anno per il 2025: Milky Maple.

La dolcezza dello sciroppo d’acero e i suoi toni caldi e terrosi si sposano con la cremosità del latte, creando una miscela armoniosa che esalta il sapore distintivo dell’acero e la capacità senza tempo del latte di evocare comfort e semplicità. Insieme, creano Milky Maple, un sapore nostalgico che offre un’esperienza sensoriale immersiva.

Con un carattere invitante e indulgente, Mocha Mousse e Milky Maple riflettono la crescente preferenza dei consumatori per godersi i piccoli e significativi momenti dell’anno a venire.

“Milky Maple è un invito a fermarsi e assaporare un momento di puro calore e decadenza. Questo gusto è un viaggio – e un dolce promemoria della gioia, del comfort e della connessione che si possono trovare nei piaceri semplici”, ha affermato sul sito ufficiale Maurizio Clementi, vicepresidente esecutivo di Taste, Texture e Health.

Inoltre l’azienda ha creato la fragranza Eau de Parfum che ha sviluppato una gamma di altre sette fragranze ispirate a Mocha Mousse, in diversi formati come Eau de Toilette, candele, gel doccia, ammorbidenti per tessuti e spray per capelli, realizzate da profumieri di tutto il mondo.

Gli esperti riuniti da Anthology by Mavolo presentano la drink list dedicata ai film di Natale

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bad santa anthology drink
Il cocktail Bad Santa (immagine concessa)

MILANO – Il Natale è un mosaico di emozioni: il calore degli affetti, la magia delle luci, l’odore di biscotti appena sfornati e, per molti, le serate trascorse sul divano, avvolti da una coperta, a rivedere i grandi classici del cinema natalizio con i loro mondi fatti di neve, risate ed emozioni uniche. Da Mamma, ho perso l’aereo a Una poltrona per due, passando per Il Grinch e A Christmas Carol, lungo la storia cinematografica sono state tante le pellicole a tema Natale che sono entrate nei cuori degli appassionati.

La drink list dedicata ai film di Natale

Ma cosa accadrebbe se questi racconti senza tempo incontrassero l’arte della mixology? Nascerebbe una drink list perfetta da assaporare davanti allo schermo di casa. Ed è così che un panel di esperti drinksetter riuniti da Anthology by Mavolo, ha creato “Cinepanettology”, una lista di 10 cocktail che celebrano i capolavori del cinema natalizio, ognuno ispirato a un film diverso.

“Quando abbiamo iniziato a creare questa drinklist, il nostro obiettivo era trasformare le emozioni dei film di Natale in un’esperienza sensoriale – afferma Christian Di Giulio, drinksetter di Anthology by Mavolo – Volevamo che ogni cocktail raccontasse una storia: il calore di una famiglia riunita, l’avventura di un viaggio inaspettato o la dolce malinconia di un amore sotto la neve. È stato come girare un film, ma con shaker e ingredienti al posto della cinepresa. Ogni sorso è un invito a vivere o rivivere la magia delle feste”.

Da queste premesse nasce “Pumpkin King”, il cocktail dedicato al protagonista di “Nightmare Before Christmas” Jack Skeletron, chiamato anche “Re delle Zucche”: gin e vermouth bianco miscelati insieme al punch al frutto della passione e al succo d’arancia, che conferiscono un colore arancione al mix, completato con gocce di bitter aromatico e con una fetta d’arancia.

Non poteva mancare lo “Scrooge Cocktail” intitolato all’iconico personaggio di “A Christmas Carol”, composto da rum, liquore al caffè e vermouth rosso e servito in una coppa. Si completa il quadro degli antieroi natalizi con “Il Grinch” e il cocktail “Il Drinch”: tequila, sciroppo di sambuco, succo di lime e limonata compongono questa creazione, guarnita con due fette di cetriolo fresco.

Peperoncino e sale sul bordo del bicchiere sono la garnish di “Bad Santa”, il cocktail dedicato alla dissacrante pellicola “Babbo Bastardo”, che si realizza miscelando sciroppo di zucchero di canna, il liquore al peperone e il Bitter Sommacco e Kiwi con mezcal e acido citrico shakerati.

La complessità di Kevin McCallister si rivede nel cocktail della drink list dedicato al film di cui è protagonista: “Home Alone”, intitolato a “Mamma, ho perso l’aereo”, è composto da tequila, sciroppo speziato alla cannella e chiodi di garofano e succo di mela, guarnito con crusta di zucchero, cannella in stecche, rosmarino e spicchio di mela. L’iconico “Miracolo nella 34esima strada” è celebrato tramite il drink “Santa’s Miracle” che si realizza mixando Amaro Tattico, sciroppo di zucchero di canna e succo di limone, con l’aggiunta di bitter aromatici; il “miracolo” del Natale si rivela utilizzando la tecnica del double strain durante il versamento nella coppa: prima con un colino standard e poi con un colino a maglia fine.

Per i più romantici, invece, il cocktail dedicato a “Love Actually”: “To me, you are perfect” che riprende l’iconica frase del film; si compone introducendo direttamente nel bicchiere tutti gli ingredienti (Eden Mill Love Gin, succo di limone e gocce di bitter) e completandolo con acqua tonica e garnish di lamponi. Al film di Natale per eccellenza, “Una poltrona per due”, è intitolato il drink “One dollar bet” che fa riferimento alla scommessa alla base della storia della pellicola: gin, liquore alla camomilla e lime, sciroppo di zenzero e soluzione citrica mixati insieme e completati direttamente in coppa con il Jeeper Grand Assemblage Brut.

“Ice train” è il nome del cocktail dedicato a “The Polar Express” e alla sua avvincente storia a bordo del treno diretto all’estremo nord; si compone shakerando gin, soluzione salina e acido citrico, con un topping di acqua tonica e una garnish di rametti di origano. La drink list si completa con il cinepanettone per eccellenza: “Vacanze di Natale” è un film del 1983 che ha segnato la storia della cinematografia italiana natalizia; il nome del cocktail riprende l’iconica frase pronunciata da uno dei personaggi principali, il “Cumenda”, “Sole, whisky e sei in pole position”: il mix raccoglie whisky, succo di limone, miele e soluzione salina, corredato da una buccia di arancia per un sapore agrumato tipicamente natalizio.

Ecco infine le 10 ricette per preparare a casa i cocktail della drink list “Cinepanettology” e godersi appieno la magia del Natale:

La drink list:

• Pumpkin King: Nightmare Before Christmas

• Scrooge Cocktail: A Christmas Carol

• The Drinch: Il Grinch

• Bad Santa: Babbo bastardo

• Home Alone: Mamma, ho perso l’aereo

• Santa’s Miracle: Miracolo nella 34esima strada

• To me, you are perfect: Love Actually

• One dollar bet: Una poltrona per due

• Ice train: The Polar Express

• Sole, whisky e se in pole position: Vacanze di Natale (1983)

Le ricette della drink list:

Pumpkin King

  • 50 ml gin Amuerte White;
  • 15 ml vermouth bianco;
  • 15 ml punch Passion Fruit Damoiseau;
  • 10 ml succo d’arancia;
  • 2 gocce di Ms. Better’s Bitter Cardamomo e Pepe Nero;
  • 2 gocce di Ms. Better’s Bitter Cafè Maderas;
  • Garnish: 1 fetta d’arancia.

Per preparare il Pumpkin King, per prima cosa versate tutti gli ingredienti all’interno di uno shaker. Agitate e infine versate in una coppa. Guarnite con una fetta d’arancia.

Scrooge Cocktail

  • 45 ml rum Hell or High Water XO;
  • 15 ml Black Sinner;
  • 30 ml vermouth rosso;
  • 4 gocce Ms. Better’s Bitter Cafè Maderas;

Versate gli ingredienti in un mixing glass precedentemente raffreddato, aggiungete il ghiaccio e mescolate fino a quando il cocktail non risulta freddo e diluito. Infine versate in una coppa.

The Drinch

  • 45 ml tequila Don Ramón Plata;
  • 20 ml sciroppo Fiore di Sambuco Bacanha;
  • 30 ml succo di lime;
  • Le Tribute Lemonade;
  • 2 fette di cetriolo per guarnire.

Versate tutti gli ingredienti nello shaker, tranne Le Tribute Lemonade, e agitate energicamente. Filtrate il tutto in un bicchiere Collins pieno di ghiaccio. Infine, colmate con Le Tribute Lemonade e guarnite con due fette sottili di cetriolo.

Bad Santa

  • 50 ml Mezcal Le Tribute;
  • 20 ml sciroppo di zucchero di canna Bacanha;
  • 25 ml acido citrico;
  • 10 ml liquore al peperone;
  • 4 gocce di Ms. Better’s Bitter Sommacco e Kiwi;
  • Garnish: peperoncino messicano e sale Maldon per bordare il bicchiere.

Per preparare il cocktail “Bad Santa”, per prima cosa bordate il bicchiere con sale Maldon. Miscelate lo sciroppo di zucchero di canna, il liquore al peperone e il bitter al sommacco e kiwi e versate il tutto nel bicchiere.

Successivamente versate il Mezcal e l’acido citrico nello shaker e agitate per ossigenare il distillato e far esaltare il sentore affumicato. Infine versate il composto nel bicchiere.
Guarnite con un peperoncino messicano.

Home Alone

  • 50 ml Tequila Hussong Silver;
  • 20 ml Sciroppo speziato alla cannella e chiodi di garofano homemade;
  • 10 ml Succo di mela;
  • Garnish: crusta di zucchero, cannella in stecche, rosmarino e spicchio di mela.

Iniziate bordando il bordo della mug con una crusta di zucchero. Successivamente, versate gli ingredienti nello shaker e agitate. Versate il risultato nella mug e infine guarnite con rosmarino, una stecca di cannella e qualche spicchio di mela.

Per realizzare lo sciroppo speziato: Dopo aver portato l’acqua a ebollizione, abbassate il fuoco al minimo e mettete in infusione la cannella e i chiodi di garofano per pochi minuti. Filtrate l’acqua e rimettetela sul fuoco ad una potenza media. Aggiungete lo zucchero e mescolate fino a completo scioglimento. Le proporzioni consigliate sono due parti di zucchero per ogni parte di acqua.

Santa’s Miracle

  • 50 ml Amaro Tattico;
  • 30 ml succo di limone;
  • 20 ml sciroppo di zucchero di canna Bacanha;
  • 2 gocce Ms. Better’s Bitter Green Strawberry e Mah Kwan;
  • 4 gocce Ms. Better’s Bitter Sommacco e Kiwi;
  • 8 gocce Ms. Better’s Bitter Miraculous Foamer.

Per preparare il cocktail “Santa’s miracle” iniziate versando tutti gli ingredienti in uno shaker. Agitate bene e filtrate utilizzando la tecnica double strain: prima con un colino standard e poi con un colino a maglia fine. Infine, servite il cocktail in una coppa.

To me, you are perfect

  • 50 ml Eden Mill Love Gin;
  • 10 ml succo di limone;
  • 2 gocce di Ms Better’s Bitter Green Strawberry e Mah Kwan;
  • Top Le Tribute Tonic Water Zero;
  • Garnish: lamponi.

Il cocktail “To me, you are perfect” viene preparato utilizzando la tecnica build, assemblando gli ingredienti direttamente nel bicchiere. Come tocco finale, aggiungete Le Tribute Tonic Water Zero e lamponi per guarnire.

One Dollar Bet

  • 45 ml gin Amuerte Black;
  • 15 ml liquore Selezione Zoppi Camomilla & Lime;
  • 10 ml sciroppo allo zenzero Bacanha;
  • 20 ml soluzione citrica;
  • Champagne Jeeper Brut Grand Assemblage.

In un mixing glass precedentemente raffreddato, unite gli ingredienti e colmate con ghiaccio. Mescolate delicatamente fino a raggiungere la giusta freschezza e diluizione. Filtrate il cocktail in una coppa e completate con Jeeper Grand Assemblage Brut.

Ice Train

  • 50 ml gin Le Tribute Countryside Limited Edition;
  • 15 ml soluzione salina;
  • 10 ml acido citrico;
  • Top Le Tribute Tonic Water;
  • Garnish: rametto di origano.

Versate tutti gli ingredienti all’interno di uno shaker, agitate e versate in un calice riempito di ghiaccio. Infine aggiungete come top la Tonic Water Le Tribute e guarnite con un rametto di origano.

Sole, whisky e sei in pole position

  • 50 ml whisky Eden Mill Guard Bridge;
  • 20 ml succo di limone;
  • 10 ml miele;
  • 10 ml soluzione salina;
  • Garnish: una buccia d’arancia.

Iniziate aggiungendo tutti gli ingredienti in un mixing glass, mescolate e infine versate in un bicchiere tumbler basso riempito di ghiaccio. Guarnite con una buccia d’arancia.

Mercati del caffè: il dollaro alle stelle spinge al ribasso i prezzi a Londra e NY

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mercati del caffè robusta futures Eudr arabica esportazioni Brasile export
Il logo dell'Ice

MILANO – Il dollaro alle stelle spinge al ribasso i mercati del caffè, dopo il rally di metà settimana a New York. La Federal Reserve ha ridotto, mercoledì sera, i suoi tassi di prestito chiave di 25 punti base (0,25%) al 4,25%-4,50%: tutto come da previsioni. Ma ha fatto anche capire che la politica monetaria statunitense sarà più conservativa in futuro. Il tono hawkish delle dichiarazioni e l’accentuata attenzione della Fed per il livello dell’inflazione ha riacceso la volatilità nei mercati facendo crollare le azioni e spingendo alle stelle il dollaro (indice indice DXY ai massimi degli ultimi due anni).

La forza del biglietto verde ha messo pressione le materie prime, compresi i futures del caffè. Così, dopo avere guadagnato 770 punti nella seduta del 18 dicembre, New York ha perso ieri, giovedì 19 dicembre, 890 punti (-2,7%) chiudendo a 323,75 centesimi.

Terzo ribasso consecutivo per Londra: il contratto per scadenza marzo dell’Ice Robusta è arretrato, sempre ieri, di ulteriori $93 terminando la giornata a 5.046 dollari (-1,8%).

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Paolo Scimone che commenta REPORT: “Generalizzazione, scarsa conoscenza, esterofilia, sono il cocktail letale per tutta l’industria italiana del caffè”

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Paolo Scimone pronto a tostare (foto concessa)

Paolo Scimone, micro roaster di specialty della torrefazione His Majesty The Coffee con sede a Monza, nel settore non ha bisogno di particolari presentazioni: tostatore esperto, formatore, consulente richiesto in giro per tutto il mondo, non ha mancato l’appello di Report e coglie la palla al balzo per esprimersi su ciò che è andato in onda su Rai 3.

di Paolo Scimone

Scimone in risposta a REPORT: “Vorrei iniziare con un’affermazione: nessuno deve avere la presunzione di educare o cambiare stile di vita alle persone, imponendo il proprio credo od i propri gusti. Questo è l’errore incredibile che fanno molte delle persone che esportano all’estero il modello italiano: bisogna entrare in punta di piedi nel mercato, ispirarsi alla propria idea di business e modellarla sui gusti e sulle abitudini locali.

Faccio un esempio: ricreare un bancone all’italiana predisposto per un consumo veloce della tazzina di caffè e concentrare tutti gli sforzi sulla preparazione e servizio dell’espresso, supportato da un’offerta di qualche croissant…beh funziona a casa nostra, ma non pensate minimamente che la gente, nel paese in cui vi trovate, cambi le proprie abitudini per voi.

Solitamente magari consumano la bevanda seduti, o la preferiscono con il latte o ghiaccio o acqua calda e la accompagnano con qualcosa di salato.

Ho divagato un po’ per far capire che un’approccio arrogante ed estremista, molto spesso è controproducente. Sono il primo a dire che le campane sporche sono terrificanti, che il “purge” è fondamentale, che la formazione è assolutamente necessaria, chi sbandiera 30 anni di esperienza nel settore, dovrebbe domandarsi come lo ha eseguito e se si è mai aggiornato (consiglierei ad alcuni baristi anche un corso d’italiano).

Non sono altresì d’accordo su alcune affermazioni, probabilmente dettate dall’enfasi dell’intervista, dette da alcuni colleghi. In particolare non tollero molto chi sputa nel piatto in cui ha mangiato.

Prendiamo ad esempio la demonizzazione della tostatura scura, dire che si tosta di più per coprire i difetti, talvolta è corretto (nei casi di caffè astringenti, o caffè aspri e fermentati) ma nella maggior parte dei casi non corrisponde al vero, poichè se volete tostare scuro (diciamo per un caffè “stile Napoletano”) siete obbligati ad acquistare caffè con pochi difetti e di crivello grande altrimenti non otterreste mai un prodotto che mantiene una discreta dolcezza e l’amaro raggiungerebbe dei livelli assolutamente inaccettabili.

Scimone: “La mia esperienza sul campo ha confermato nel tempo che, salvo rare eccezioni, i migliori caffè li ho trovati nelle torrefazioni che tostano abbastanza scuro (specialty coffee a parte)”.

Scimone aggiunge: “Non vorrei dedicare troppo tempo al “palato geneticamente modificato”…mi pare un’affermazione un po’ eccessiva e folkloristica, le chiamerei piuttosto abitudini alimentari radicate e profilo sensoriale imposto dal contesto in cui si cresce.

Trovo inappropriato mostrare dei chicchi tostati chiari e dire che è il grado di tostatura corretta, corretta per cosa? Per chi? La storia di Starbucks ha infatti insegnato che tostando scuro non si va da nessuna parte! In 50 anni hanno solamente aperto 36000 store, chissà quanti ne avrebbero aperti se avessero tostato in modo corretto! (risata)

Non fraintendetemi, io sono un sostenitore della tostatura chiara, contestualizzata. Ho trovato la trasmissione utile, tanto quanto quella di qualche anno fa, che tra l’altro mi pare vertesse sui medesimi argomenti.

Non voglio essere il paladino del dark roast, io stesso prediligo caffè floreali e fruttati per il mio consumo personale (ndr non tutta l’arabica sa di gelsomino e fiori d’arancio, anzi direi proprio che solo alcune varietà hanno queste caratteristiche), desidererei solo un po’ di onestà intellettuale da parte dei colleghi, menzionando che anche dei caffè tostati troppo chiari hanno sentori altrettanto sgradevoli, come acidità acetica, astringenza, ecc. Ahimè abbiamo ormai sdoganato difetti come il fermentato e caffè assolutamente sbilanciati.

Un altro appunto desidererei farlo riguardo l’affermazione che l’Arabica è una varietà pregiata e la Robusta di minore qualità, beh diciamo che hanno caratteristiche diverse, io personalmente sono amante dell’Arabica, ma non discrimino assolutamente chi predilige la Robusta, per svariati motivi che non sono riconducibili al prezzo inferiore.

Passiamo al discorso ustioni, concordo con il concetto che la tazzina bollente rovina il prodotto ed ha stufato, le tre C napoletane han fatto il loro corso, però non tollero neppure il caso opposto: la tazzina fredda è assolutamente deleteria per gli aromi del caffè.

Arriviamo al discorso del “macinato al momento”. Un caffè tostato ricco di CO2 sarebbe impossibile da servire, se non rilascia gran parte dell’anidride carbonica accumulata in dase di tostatura.

La perdita maggiore di CO2 avviene quando il caffè viene macinato. Il barista che ha la vaschetta col caffè macinato, probabilmente ha adottato questa soluzione poiché il suo torrefattore gli fornisce un prodotto spesso fresco e non degassato a sufficienza e lui ha trovato questo escamotage per poter servire qualcosa che abbia una crema abbastanza stabile. Sto solo cercando una chiave di lettura differente, a questa strano metodo di lavoro.

Un plauso ai locali basso vendenti che hanno optato per una soluzione monodose come la cialda, anziché imbarcarsi in complicati servizi che richiedono cura e dedizione al prodotto.

Scimone: “Posso esimermi dal commentare il termine Arruscato? Con tutto il rispetto per la parola alquanto folkloristica, posso permettermi di dissentire che il picco degli aromi preceda di poco il bruciato, sarebbe più onesto dire: a me piace così, contento io (ed i miei clienti), contenti tutti!”

Scimone aggiunge: “Per finire vorrei dire che è facile dar contro al torrefattore senza rendersi conto che gli stessi sono “ostaggi” della scarsa conoscenza dei baristi, i quali li tengono sotto scacco mettendoli in competizione tra di loro per qualche euro di differenza, che minacciano di cambiar caffè se avvertono la benché minima acidità o che dicono che il prodotto non è di qualità se tutto il chicco non è uniformemente oleoso, non li biasimo.

I torrefattori napoletani sono schiavi di generazioni di baristi arrangiati, “imparati” (come direbbero loro), a cui un po’ di formazione non guasterebbe affatto. Ci sono tantissime realtà che lavorano bene a Napoli, come a Milano, Firenze o Roma. Il consumatore dovrebbe pretendere di più dal proprio barista di fiducia, il quale a sua volta acquisirebbe consapevolezza formandosi e informandosi…e saremmo tutti più contenti”.

                                                                                                       Paolo Scimone

Gianfranco Carubelli, pulyCAFF: “Per togliere buona parte dei difetti dal nostro espresso basterebbe svolgere la corretta pulizia delle macchine nei bar”

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carubelli pulycaff
Gianfranco Carubelli (foto concessa)

MILANO – La pulizia delle attrezzature nei bar, dalla macchina per espresso ai macinacaffè, è stato uno dei punti focali della puntata andata in onda su Report che sta facendo molto discutere gli addetti ai lavori in questi giorni. Tra di loro, non poteva mancare a pronunciarsi su questo tema chi della pulizia ha fatto una professione, forse quasi una missione: il titolare di pulyCAFF Gianfranco Carubelli.

REPORT quindi, che cosa possiamo dire rispetto a quello che si è visto dentro i bar italiani?

Carubelli: “Abbiamo tutti notato che il problema fondamentale in Italia, così come stiamo dicendo da quando Asachimici ha concepito pulyCAFF, è che ancora non si è compreso come sia necessario usare un prodotto specifico per pulire le padelle.

Mi spiego meglio: il chicco di caffè altro non è che un prodotto semilavorato dalla torrefazione e, nel momento in cui arriva nelle mani del barista, egli deve usare una macchina per espresso, ovvero la padella adeguata, per estrarne i flavors.

Così come nei ristoranti si usano le padelle con alluminio ma trattate con dei materiali che ne evitano il contatto diretto con il cibo, alla fine della lavorazione le padelle vengono lavate ad ogni uso. La nonna un tempo poteva aver ragione quando diceva di non pulire la moka che era in alluminio, perché all’epoca non esisteva un prodotto che non corrodesse questo materiale lavandolo.

Ma oggi le macchine per espresso e la moka stessa (molti modelli costruiti in acciaio Inox) sono costruite con materiali più nobili compatibili con i detergenti atti alla pulizia e questo è il concetto di base fondamentale che vorrei passasse (vedi certificazione NSF International).

Osservando la puntata di Report, credo che serva maggior attenzione nell’attribuire titoli in merito alla qualità di un marchio o un altro, infatti, come è stato evidenziato a più riprese durante la trasmissione è fin troppo facile evidenziare lacune o incuranza lungo tutta la filiera, di prodotto e/o di trasformazione.

Carubelli: “In Italia, spesso accade di arrivare al punto di non compiere le operazioni che normalmente ciascuno di noi svolge a casa propria: pulire le attrezzature per cucinare, come le padelle ogni volta che si devono usare.”

Carubelli prosegue: “Nel servizio, un bar ha dichiarato di fare 15-18 chili al giorno di caffè. Bene, da anni pulyCAFF, dopo attenti studi e valutazioni (di cui sono piene i nostri pulyDAY), ha risocntrato che dopo cinquecento espressi, l’attrezzatura subisce un calo del 20/25% in termini di estrazione, proprio a causa dell’intasamento dei passaggi acqua. Per evitare questo fenomeno, durante la giornata è necessario compiere almeno 4 cicli di pulizia, come da nostre istruzioni durante i nostri pulyDAY.

Altrimenti, alla fine si sentiranno difetti in tazza, tra cui il copertone, il bruciato…. È colpa delle procedure scorrette. Stiamo cercando di far passare questo semplice messaggio anche attraverso i corsi di formazione pulyDAY.

Eppure, è ancora un concetto che si perde tra il torrefattore e l’operatore: il primo, spesso, è convinto che il proprio prodotto sia il migliore di tutti, e probabilmente lo è fin quando è ben protetto nella confezione originale. Ma una volta che il nostro amato chicco viene messo nella tramoggia del macinino, questa qualità rischia di perdersi se non si svolgono preventivamente le giuste operazioni di manutenzione.

Quindi, anche i torrefattori dovrebbero comprendere che trasmettere insieme a noi questo messaggio è sicuramente un vantaggio anche per il loro chicco, in quanto non verrà contaminato da difetti di estrazione. Stiamo cercando di coinvolgere con le nostre competenze anche i torrefattori proponendoci continuamente in maniera capillare presso le loro sedi e le loro reti di vendita. Sarò certo che tutto l’indotto abbia capito l’importanza della pulizia solo quando tutti i professionisti del settore ci inviteranno loro direttamente a casa propria per poter acquisire le corrette procedure.

Per chiudere, direi che se noi volessimo togliere buona parte dei difetti dal nostro espresso, basterebbe svolgere la corretta pulizia delle macchine. Al barista che si è comportato così per 40 anni dietro al bancone dico: in passato puoi anche aver avuto ragione, ma ora le cose sono cambiate. Abbiamo fatto passi in avanti in termini di formulazioni, rapporti ed offerta al cliente, nonché sul fronte della qualità e del trattamento di ciò che ci cibiamo e che assaporiamo.

Le cose sono cambiate rispetto al passato, attrezzature e metodi di estrazione si sono affinati via via sempre di più, e quindi anche il barista deve evolversi e fare la sua parte all’intero del comparto caffeicolo, per essere parte attiva e non sempre negativa di questo lungo percorso come quello del caffè”.

CoffeeandLucas in risposta a REPORT: “In Italia oggi ci sono molte più caffetterie di qualità, basta sparare su Napoli e sui baristi”

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Coffeeandlucas in tutto il suo splendore @coffeeandlucas @myMediaStudio
Coffeeandlucas in tutto il suo splendore @coffeeandlucas @myMediaStudio

CoffeeandLucas comunicatore social del caffè di qualità, che spinge da anni attraverso i suoi canali in diverse occasioni e modalità, anche uscendo dalla sua zona di riferimento, sfociando nel food e negli abbinamenti, decide di rispondere a REPORT di Rai 3 analizzando la situazione del caffè in Italia a 360°. Già attivo in questo suo percorso di divulgazione, quando si parlava veramente poco di specialty e di cultura del caffè.

“Ho letto tanti punti di vista. Alcuni anche molto interessanti. Ma ho notato che poche persone, dopo la trasmissione di REPORT, hanno messo in risalto alcuni aspetti che proverò ad analizzare. Credo di poter avere una certa voce in capitolo perché nel 2014 io c’ero“.

Back to 2014

Nel 2014 l’illuminazione. Con la puntata “Espresso nel caffè” REPORT segnò, a livello mainstream, un prima e un dopo.

Benché la trasmissione fosse opinabile sotto molti punti di vista (cosa che non di rado, nelle loro inchieste a tesi, capita durante le puntate di Report) quel reportage illuminò molte persone.

Compreso il sottoscritto, che dedicò i mesi e gli anni successivi alla causa del caffè di qualità.

Uscì un documentario che co-diressi (2017) dove gran parte dei protagonisti furono gli stessi dell’inchiesta di Report. E tante altre cose successero.

La realtà è cambiata. E non di poco.

L’immobilismo di REPORT

Report ha dedicato negli anni 3 puntate al caffè: nel 2014, nel 2019 e quest’ultima del 2024.

Le puntate sono state seguite sempre dallo stesso giornalista, Bernardo Iovene, con a seguito, a parte rare eccezioni, gli stessi esperti. Già questo di per sé rappresenta, per me,
un grosso punto debole. Dal 2014 sono cambiate molte cose e in questo mondo è entrata o si è affermata gente, lavorativamente parlando, di tutto rispetto.

Inserire nuove voci e punti di vista sarebbe stato utile. Sempre rimanendo in tempi ed esigenze televisive che, quando si è in prime time su una rete nazionale, devono essere per forza di cose seguite (o inseguite?).

Vedere questo immobilismo di Report sia nell’approccio che nei protagonisti ricorda davvero molto da vicino l’immobilismo che si vede in certa politica in Italia.

“L’altro giorno pensavo stessero facendo vedere la replica della puntata di dieci anni fa” mi ha detto un mio amico proprio mentre stavo scrivendo questo pezzo.

Classismo e caffè

Veniamo a un capitolo spinoso ma che se nel 2014 era passabile nel 2024 inizia a diventare quantomeno discutibile.

Non trovate sia un po’ classista dall’alto di un (probabilmente) più che discreto 730 andare a giudicare il lavoro di persone che si svegliano all’alba e devono combattere con i clienti?

Voi che lavorate dietro a un banco tutti i giorni sapete benissimo cosa intendo. Sgombriamo il campo dagli equivoci. La pulizia delle attrezzature e una corretta estrazione del caffè non è solo auspicabile ma dovrebbe essere la normalità.

Ma c’è una sottile linea tra questo aspetto e non capire la complessità e la profondità di questioni che non possono essere archiviate solo con un “non sai nulla, vatti a formare
perché per lavorare qua dietro dovresti fare corsi e formazione”.

Corsi e formazione che sono importanti ma che, oltre a costare non poco, spesso non interessano a certi datori di lavoro. Corsi sui quali forse andrebbe aperto un altro capitolo.

Ecco perché fare una fotocopia nel 2024 della trasmissione del 2014 mi è suonato così stonato.

Anche nei confronti delle persone messe un po’ alla gogna durante la trasmissione. Ok, i meme sono molto belli, ma vi sentite davvero così tanto più intelligenti a prendere in giro una persona che da 30/40 anni alza la serranda del locale all’alba e lavora a testa bassa?
S

oprattutto gente che non lo ha mai fatto nella propria vita.

Che poi diciamocela tutta. Vogliamo giustamente difendere i diritti dei farmer dall’altra parte del mondo ma poi ce la prendiamo, nel “nostro” mondo, con l’ultima ruota del carro che, probabilmente nella maggioranza dei casi, ha molte meno colpe di quante vogliamo addosargliene. Facile sparare sul barista.

La battuta scappa ed è scappata a tutti però dai dopo dieci anni evolviamo un pochino nel nostro pensiero per favore.

Che poi tra l’altro credo sia ora di parlare di quello che secondo me è un grandissimo equivoco”.

Tra bar e caffetteria

CoffeeandLucas: “Davvero pretendiamo di avere dei sommelier del caffè dietro il bancone di bar che assomigliano più a una catena di montaggio? Posti dove i clienti vogliono il caffè in due secondi e dove, palesemente, non gliene frega nulla di cosa stanno ingurgitando?

Ci sono caffetterie specialty che quando sono leggermente ingolfate e con la coda non hanno il tempo di farti nessun racconto.

Certo se dovessi chiedere informazioni al/alla barista probabilmente saprà cosa ti sta servendo ma quella persona, super incasinata in quel momento, non ti guarderà con grandissima simpatia.

E noi davvero pensiamo che questo story telling possa avvenire in posti dove il caffè è solo una scusa per venderti altri servizi?

Cerchiamo di essere realisti. Perché io dopo oltre 10 anni alcune idee ho dovuto rivederle.
Sono partito anch’io con delle convinzioni. Poi mi sono scontrato con la vita reale. Ho parlato con i torrefattori. Ho parlato con i baristi. Quei baristi che stanno dietro al banco.

Molti dei quali (e questo è un altro tema che nessuno ha mai voluto affrontare) dopo un grande innamoramento per il caffè hanno scoperto anche il rovescio della medaglia e questo ambiente lo hanno mollato. Quei baristi che se gli vai a chiedere a telecamere spente un semplice “come stai?” uscirebbero fuori cose che altro che la trasmissione di REPORT dell’altra sera. Per carità va dato anche atto a molti altri imprenditori e imprenditrici che nel 2024 (e sarà così anche il prossimo anno) continueranno a investire in maniera sana in un sistema Italia che tutto fa meno che aiutarli.

Il punto è questo. Come nella ristorazione ci sono locali e locali e come nell’abbigliamento c’è alta moda, artigianato popolare e fast fashion anche nel caffè ci sono Bar e Caffetterie specializzate (semplificheremo così).

Potremmo discutere se sia giusto che esista in tutti questi ambiti l’alternativa cheap e poco sostenibile ma questo è un altro discorso ancora.

Far finta di mettere insieme attività che non c’entrano e non c’entreranno mai nulla tra loro vuol dire voler essere miopi. Anche all’estero è così.

Anche in città piene di specialty come Copenaghen, Berlino (e potrei continuare) mediamente è più facile trovare delle caffetterie specializzate ma vi assicuro che si beve (e ho bevuto) un sacco di immondizia uscita da macchine poco pulite utilizzate da operatori che della materia prima e delle giuste pratiche sapevano poco o nulla anche in queste città virtuose. Questa è la realtà.”

Ma quindi è tutto perfetto?

CoffeandLucas continua: “Assolutamente no. Certe pratiche devono migliorare assolutamente. Parliamo in certi casi di HCCP praticamente.

Ma è un argomento che va trattato in modo progressivo. Ci stiamo scontrando con un aspetto che fa parte della cultura del nostro paese. La trasmissione sapete che effetto sortirà?

Per qualche settimana clienti a cui probabilmente non è mai fregato nulla del caffè romperanno le scatole a baristi sommersi dalla solita orda di comande. Mentre nelle caffetterie specialty i clienti abituali verranno a prendersi il caffè e diranno “oh ma allora avete ragione voi ad essere così rompiscatole!” (scena vista con i miei occhi).

Certamente una grande responsabilità ce l’hanno anche alcune torrefazioni che con un occhio danno il caffè e con l’altro fanno finta di non vedere.

Le risposte date da alcuni esponenti durante il programma sono state oggettivamente irricevibili. Non ci sono dubbi.

Ma non ce ne sono neanche sul fatto che se sulla materia caffè c’è un sacco di disinformazione e confusione, spesso proprio questa disinformazione e confusione viene alimentata da personalità interne a questo mondo che prendono strade quantomeno discutibili e molto contraddittorie.

Bisogna capire quando arriva il momento di dire “forse ho un conflitto di interessi”. Un po’ di sana autocritica non farebbe male anche dentro al nostro ambiente”.

Ma quindi fa tutto schifo?

CoffeeandLucas aggiunge: “Qui veniamo al capitolo per me più dolente della trasmissione. Davvero dopo 10 anni non siamo riusciti a far vedere qualche esempio virtuoso in più della caffetteria mostrata (penso a quel punto fossero le 23) quasi a fine segmento della parte dedicata al caffè?

Da questo punto di vista la puntata del 2019 era stata di una qualità indiscutibilmente migliore perché, alle solite (e giuste) critiche, aveva fatto seguire una panoramica di quanto di buono stesse succedendo nel nostro paese.

Probabilmente far vedere questi aspetti più positivi fa meno audience rispetto a del materiale critico col quale poter montare ad hoc anche qualche reel acchiappa like e flame su Instagram.

Sarebbe però stato davvero interessante far vedere facce nuove, imprese nuove e giovani. Mostrare un mondo che esiste e che giornalmente sta contribuendo a un cambiamento non di poco conto.

La puntate del 2014 fu rilevante perché all’epoca, a parte poche mosche bianche, mancava proprio la scelta per il consumatore finale. Oggi quella scelta, almeno nelle grandi città (ma non solo) c’è.

Hanno aperto moltissimi posti. Caffetterie ma anche tante pasticcerie, ristoranti e gelaterie che hanno iniziato a offrire un prodotto di qualità. Bere caffè più consapevole ora non è più un’impresa, anche in Italia.

Se ne stanno accorgendo anche nel tanto amato estero che dipingiamo come un mondo perfetto.

Qualche anno fa invece tutto era relegato a pochissimi posti (o all’acquisto online). Certo sparare su Napoli e sui baristi è più facile vero?

“Inchiodati alle abitudini (Lavori utili)
Col sole o coi fulmini (Legami futili)
Ammaccati come vecchi pugili (Legumi il lunedì)
Perché gli ultimi saranno gli ultimi (Mutui per ruderi)
Mangiamo scatolette, guidiamo scatolette, viviamo in scatolette (A trenta subdoli)
Forza, che oggi è lunedì”

(Marracash)

                                                                                                  CoffeeandLucas

Usda: volano i consumi cinesi, nel 2024/25 raggiungeranno i 6,3 milioni di sacchi

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Usda produzione Brasile
Il logo del dipartimento dell'agricoltura di Washington

MILANO – Volano in consumi cinesi di caffè, che saliranno quest’anno a 6,3 milioni di sacchi facendo del paese del dragone il sesto consumatore mondiale: così il report semestrale sui mercati e il commercio del caffè del Dipartimento Usa dell’agricoltura (Usda), che riporta le stime ufficiali del dicastero di Washington. Secondo il report, i consumi della Cina sono cresciuti, negli ultimi 10 anni, di quasi il 150% passando da poco più di 2 milioni di sacchi all’inizio del decennio trascorso agli oltre 6 milioni previsti quest’anno.

Ma la Cina è anche il 13° paese produttore mondiale, con un raccolto stimato, sempre per il 2024/25, in 1,8 milioni di sacchi. Il tè rimane la bevanda nazionale cinese, ma il caffè riscuote sempre più consensi, soprattutto tra i giovani del ceto medio e alto delle grandi città, grazie anche al boom delle caffetterie.

Le grandi catene nazionali e internazionali hanno conosciuto un’enorme espansione dapprima nelle metropoli di prima fascia.

A cominciare da Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen. E successivamente anche in altre città Tier 1, quali Chengdu, Hangzhou, Suzhou e Chongqing.

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Roberto Pedini sulla tostatura: “Demonizzare un processo rispetto a un altro, non è un approccio corretto”

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roberto pedini
Roberto Pedini (immagine concessa)

MILANO – Roberto Pedini, sales coordinator business development IMF Coffee Roasters si pronuncia su REPORT, da esperto di processi di tostatura. Se ne occupa da una vita per diverse aziende, e conosce bene l’argomento: alcune perplessità sono emerse dal suo punto di vista che condividiamo di seguito.

L’analisi dell’episodio andato in onda

di Roberto Pedini

“Facciamo attenzione a giudicare troppo una categoria, un certo stile di tostatura: non è la prima volta che questi temi saltano fuori, ma si deve uscire dall’impostazione del discorso in maniera tendenziosa. L’Italia resta un Paese che il resto del mondo guarda sempre con ammirazione e dal quale si vuole emulare la tecnologia delle macchine espresso, delle attrezzature per tostare e macinare, così come il rito del bar. Chi opera in questo settore, può confermare che dall’estero ci prendono come punto di riferimento.

Venendo invece alla tostatura, che per professione conosco bene, non si può dire che ne esiste una ottimale o migliore dell’altra. Bisogna innanzitutto tenere conto del mercato di riferimento, delle abitudini di consumo e dell’utilizzo finale (compresi i metodi di estrazione).

Demonizzare un processo rispetto a un altro, non è un approccio corretto. La tostatura scura viene un po’ criticata e vorrei invece spezzare una lancia a suo favore: non è soltanto un modo per coprire i difetti della materia prima.

Oltre che in Italia esistono aziende e Paesi – come in Asia o negli Stati Uniti – che scelgono di applicarla per conferire certi aromi e caratteristiche in tazza anche partendo proprio da caffè verdi pregiati. Si arriva a spingersi addirittura fino a 22 /25 punti di scala Agtron, utilizzando appunto Arabica di altissima qualità, con chicchi con alta densità che proprio per questo sopportano tostature così spinte limitando i rischi dell’autocombustione degli stessi.
Non è dunque automaticamente una modalità scorretta o che serve a dissimulare la bassa qualità del verde.

Ovviamente ci sono aziende che devono porre attenzione ai loro cicli di produzione, soprattutto se si tosta scuro: dipende anche dalle tecnologie utilizzate e ad esempio se si ottiene con altissime temperature e tempi brevi si avrà una trasudazione d’olio ancora piu’ spiccata rispetto tostature si , scure , ottenute a temperature meno elevate ma piu’ prolungate.

Con le tostature scure si deve piuttosto porre molta piu’ attenzione ai tempi di distribuzione commercializzazione del prodotto tostato: si sa che qualsiasi tipo di bevanda e cibo in cui sono presenti grassi e oli, sono soggetti ad ossidazione piu’ precoce . Il caffè tostato scuro non può essere tenuto da parte magari nei retri dei bar per troppe settimane o addirittura mesi, prima che possa finire nelle tazzine dei consumatori ; un caffè tostato scuro ha shelf life molto piu’ corta rispetto ad una tostatura chiara , ma ovviamente avrà aromi gusti e corposità differenti.

Si parte sempre dal presupposto che ogni azienda ha stabilito il proprio standard qualitativo ed esistono caffè verdi di livello inferiore e il risultato in tazza ne sarà un riflesso, come per tutti gli i tipi di cibo e bevande esistenti sul bercato.

Pensiamo solo all’uso dell’espresso nei bar che viene utilizzato anche come ingrediente per i tantissimi cappuccini serviti nel mondo: caratterizzato da un’acidità spiccata talvolta eccessiva non si otterrebbe sufficiente forza per penetrare il sapore dolciastro del latte , mentre invece al contrario con la tostatura , scura che dona gusti di caramelizzati e di tipicità amarognola sono un perfetto connubio per ottenere le tante amate gradevoli bevande a base di latte e caffè apprezzate in tutto il mondo.

Questo significa che certi tipi di tostatura chiara sono più indicati per diverse applicazioni, come la bevanda del caffè filtro per percolazione: con il metodo espresso ad alta pressione si enfatizzano le caratteristiche ,si estraggono oltre 1000 caratteristiche organolettiche, mentre con il filtro non più di 250/300, quindi una tostatura chiara o molto chiara con una spiccata acidità potrebbe nell’espresso addirittura sconfinare nel citrico.

“Quando si parla di caffè si dovrebbero coinvolgere tutte le parti interessate”

“Sembra in queste trasmissioni di vedere solo una categoria in particolare, dai baristi ai torrefattori, messa sotto accusa perché non lavora secondo canoni di associazioni come SCA, che però sono strutturate seguendo delle impostazioni derivate dai Paesi anglosassoni.

Per la formazione ci si affida a dei parametri che sono lontani dalla tradizione italiana, derivate da un mondo anglosassone in cui si prediligono metodi di estrazione diverse dall’espresso e tostature più chiare.

Ho notato troppo spesso durante i corsi che si parla più di frutta e verdura che di caffè. Mi piacerebbe invece sentir descrivere un po’ più di aromi di caffè che di fiori e frutta esotica.”

Un punto a favore della puntata

“Le provocazioni su determinate categorie del settore, obbligano però dall’altra parte a curarsi maggiormente della professionalità lungo la filiera sino alla somministrazione al consumatore finale. Se ci sono punti critici, lì si deve migliorare: un barista che non pulisce la macchina, non sa a che temperatura dev’essere tarata , come macinarlo, o non riconosce se la miscela di chicchi fornitagli è composta da piu’ arabica o robusta indispensabile per poi settare diversamente i parametri predetti non è da demonizzare tutta la categoria ma da coinvolgere in un percorso formativo almeno di base prima di improvvisarlo dietro ad un baco bar.

Per concludere, un po’ di colpe ce le dobbiamo assumere: non abbiamo capito l’esigenza degli ultimi 20 anni dove vi era l’esigenza di fare formazione per l’aggiornamento degli addetti ai lavori, dai tostatori ai baristi. Ma non avendo fatto fronte comune nel sistema caffè italiano, ma contando su associazioni divise, i torrefattori e gli utenti hanno cercato di sviluppare le proprie competenze all’interno di un’organizzazione impostata però con parametri che vengono dall’estero.

La Sca ha trovato un terreno fertile, colmando il gap di esigenza di formazione che esisteva , codificandolo laddove non siamo stati in grado di fare noi per primi da italiani. Fino al punto che non riusciamo neppure a ottenere il riconoscimento Unesco per l’espresso. Dobbiamo invece difendere le tradizioni e il know-how italiano. è anche vero pero’ cha da un certo punto di vista si deve anche ringraziare la SCA per aver costretto il modo caffè ad essere piu’ sensibili ed attenti agli aspetti qualitatitivi sia della materia prima fino al modo di somministrarla quindi è giusto porre l’attenzione là dove ci sono criticità e attivare iniziative per migliorare , senza dover puntare il dito su di un tipo di prodotto od una categoria in particolare.

Mi è sembrato un po’ superficiale il modo di affrontare il tema del caffè italiano, sentendo solo una parte di una certa tendenza e non coinvolgendo le tante voci coinvolte nella filiera di lavorazione del caffè da importatori di caffè verde , costruttori di tecnologie di tostatura , macinatura piuttosto che macchine per l’estrazione ed erogazione.

Non vedo come utile per il settore, improntare una trasmissione in una maniera così parziale tendenziosa e divisiva anziché fare fronte comune per difendere la nostra eccellenza del caffè lavorato all’Italiana nelle sue diverse sfumature apprezzato e ricercato in tutto il mondo anche dalle nuove generazioni che porterebbe sicuramente positività e vantaggi per tutti”.

                                                                                                              Roberto Pedini

Alberto Trabatti, Torrefazione Penazzi su REPORT: “Tutto deve partire dal barista, che ha l’obbligo di uscire dalle logiche dei finanziamenti”

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Alberto Trabatti alla sua macchina tostatrice (foto concessa)
Alberto Trabatti alla sua macchina tostatrice (foto concessa)

Alberto Trabatti, titolare della Torrefazione Penazzi a Ferrara, ha voluto prendere parte al coro di addetti ai lavori che hanno guardato con interesse la puntata di Report andata in onda di recente, che ha messo sotto la lente di ingrandimento la tazzina italiana nei bar.
Nella sua azienda, una Petroncini da 10 chili ed una Giesen da un chilo e mezzo per essere più flessibili e rispondere anche alle esigenze di un consumatore che desidera specialty coffee e quelli che Trabatti definisce i “dignity coffee” – ovvero di alta qualità, ma con un punteggio inferiore – e talvolta fuori dai giri più noti di fornitori.

Trabatti commenta Report

“In realtà è già da diverso tempo che si sa come stanno le cose a Napoli: è certo che la tazzulella è un mondo a parte dentro il già vasto universo del caffè. Di fatto si creano queste piccole isole all’interno delle quali nascono dissidi e accordi tra le persone.

Per un momento però, dimenticando di essere dei tecnici, ovvero coloro che hanno frequentato i corsi e vivono come me questa bevanda con passione e professionalità da ormai 20 anni dall’avvio della mia attività, vorrei partire da altre premesse.

Innanzitutto, molto spesso la gente si lamenta se il caffè costa un po’ di più, ma sono convinto che alcune tazzine non si dovrebbero bere neppure se offerte gratuitamente.

Davanti alla puntata di Report purtroppo ho avuto delle conferme rispetto a quello che già conoscevo. Eppure, mi sembra che non sia emerso un dettaglio in più che invece potrebbe essere utile: a Napoli, spesso e volentieri la storia e la tradizione del caffè è stata associata ad una figura iconica della napoletanità, che però è sfuggita nell’episodio.

Sto parlando di Edoardo De Filippo il quale affermava di tostarsi il caffè da solo, a manto di monaco: nulla a che vedere dunque con le bruciature che vengono perpetuate da tante aziende napoletane e non. Basta guardarlo al balcone di casa, in “Questi fantasmi”, mentre racconta al “Professore” i suoi riti.

Se vogliamo quindi per un momento, parlare soltanto di tradizione e cultura della bevanda, qua si sta facendo un affronto a uno dei più grandi rappresentanti dell’essere partenopei.

A parte questa digressione, ricordiamoci che il caffè si può cuocere proprio come si fa come la carne: al sangue, medio o ben cotta, senza però bruciarla. Spesso l’eccessiva tostatura che chiamano all’estero “french roast”, è quella sbagliata che però in certi casi è voluta per nascondere i difetti della materia prima.

Ma accade di rovinare il risultato finale anche con gli specialty quando li si tosta troppo chiari, restituendo in tazza una spremuta di limone.

L’importante dunque è evitare gli eccessi e studiare questa scienza, che è inesatta: con una temperatura, un’umidità e un certo peso di caffè nella macchina, si può ottenere un determinato risultato, ma non è detto che a seguire la stessa curva di tostatura, si possa mantenere costante, perché basta cambiare anche solo leggermente un parametro per scoprire una soluzione diversa. Non più buona né più cattiva.

Bisogna stare attenti a tutti i fattori di quella giornata, per cercare di replicare il più possibile il risultato.

“Altra cosa che ricordo a tutto il settore: noi vendiamo caffè, non siamo delle banche che erogano finanziamenti e comodati d’uso. “

“Noi riforniamo i bar e i gestori proprietari o coloro che stanno acquistando le proprie attrezzature ed accessori, ma non pratichiamo strategie commerciali volte ad acquisire clienti con questa sorta di apparente vantaggio economico: proponiamo il caffè al suo giusto prezzo, che tiene conto della materia prima e dei suoi criteri di lavorazione, e se qualcuno vuole differenziarsi dai propri competitor vicini, con il nostro prodotto ci riuscirà con alta probabilità.

Il sistema del finanziamento in effetti poi può incentivare l’atteggiamento di noncuranza dell’operatore dietro il bancone: tanto ci si affida per qualsiasi cosa al finanziatore, al tecnico della torrefazione. Alcuni baristi aspettano addirittura che qualcuno di esterno arrivi a regolare per lui la macinatura: sono esperienze invece che dovrebbero saper gestire in autonomia, in modo da sviluppare fondamentali competenze tecniche.

La nostra torrefazione, ogni volta che acquisiamo nuovi clienti, si occupa anche della loro formazione. Prima di parlare di specialty coffee, bisognerebbe pensare al caffè che viene servito solitamente nei bar italiani: a chi beve l’espresso e vuole staccare per un minuto, diamo qualcosa che può essere definito caffè.”

Tutto deve partire dal barista, che si deve però liberare dalle regole del finanziamento

“Avere le proprie attrezzature significa anche poter scegliere la materia prima da usare per la propria tazzina, una che soddisfa le sue esigenze in termini di qualità. A quel punto il barista diventa professionista che sa riconoscere un buon caffè. Ed ha più potere decisionale per i suoi acquisti.

Forse per evitare questo cambio di paradigma, il torrefattore che lavora solo con in mente il profitto, ha interesse a mantenere bassa la conoscenza del prodotto dei suoi clienti, ovvero, i baristi. Oppure si formano usando i prodotti sbagliati, fatti passare per eccelsi.”

La questione del prezzo, legato alla qualità

Trabatti continua: “Il caffè ha una vita aromatica molto breve, tra i trenta e i 45 giorni si esprime al suo massimo, dopo essere stato tostato. Da lì in poi c’è un calo in termini di gusto e di qualità. Come italiani dobbiamo toglierci la testa che l’espresso debba costare un euro soltanto: se è cattivo, non si torna nel bar, altrimenti è giusto anche pagarlo il prezzo corretto rispetto alla sua qualità.

A tal proposito ho organizzato in passato un corso di difesa dal caffè cattivo: ho mostrato gli errori che un barista di solito compie e a cui dover stare attenti entrando in un locale, in modo che il consumatore sappia cosa sta pagando e bevendo.

Estrarre un espresso è come guidare un’auto: per farlo, bisogna studiare, fare pratica a scuola. Così dovrebbe essere per i baristi.

Dobbiamo anche noi dall’altra parte, iniziare a rifiutare queste richieste: quando mi capita di ricevere telefonate da gestori che vogliono tutti gli accessori e le attrezzature, li rimando a controllare la mia filosofia nel nostro sito. Difficilmente mi richiamano. Idealmente li ringrazio per non avermi fatto perdere altro tempo.

Il mio esempio sempre in mente è Gianni Frasi, con il quale condividevamo un pensiero preciso che si traduce nella dignità del caffè, con l’uso degli ingredienti giusti, trattati correttamente.

Che sia Napoli, Milano, Palermo, Ferrara, non cambia la sostanza: l’etica alla fine è quella che nobilita il nostro mestiere, e il prodotto. Si parte dall’idea di differenziarsi da chi normalmente rovina la tazzina nei bar. Non bisognerebbe parlare di qualcosa di “buono” da contrapporre all’idea di “cattivo”, nel Caffè: la qualità e la salubrità dovrebbero essere un assioma per tutti.

Le cose purtroppo ancora non sono cambiate in questi ultimi anni, ma magari proprio ricollegandosi alla celebre tonaca di monaco napoletana, si può guardare ad un futuro differente. È possibile guadagnare anche lavorando in maniera diversa. In una crescita moderata ma costante, garbata, che dà reciproca soddisfazione a me e al barista, seguendo un fine decisamente più importante nel lungo periodo.”

Sandro Bonacchi dopo il servizio su Rai3: “Torrefattori, baristi e consumatori in tutto il Paese inconsapevoli”

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sandro bonacchi
Sandro Bonacchi (immagine concessa)

Sandro Bonacchi è un caffesperto che lavora dal 2000 nel mondo del caffè come torrefattore e dal 2017 come trainer formatore per la SCA (Speciality Coffee Association) nell’ambito dell’analisi sensoriale. È co-fondatore di Umami Area Honduras. Nel 2019 è stato autore con Andrej Godina del saggio Caffè Zero a cui è seguita nel 2020 l’uscita dell’omonimo manifesto. Dal 2020 è co-fondatore di B.farm. Di seguito riportiamo la sua risposta dopo il servizio di REPORT.

Di Sandro Bonacchi

“Chi ha visto la puntata di REPORT di domenica 15 dicembre si starà facendo di certo qualche domanda: “Ma tutta questa incompetenza dei baristi e tutto questo caffè difettoso venduto loro dai torrefattori è solo esagerazione o è realtà? E questa incuranza è tipica di Napoli e di poche altre località oppure è un fenomeno diffuso?” Mi duole rispondere che tutto il nostro Bel Paese ne soffre.

Nella maggior parte dei casi il barista non ha seguito particolari corsi di formazione, non ha cognizione della materia prima che il torrefattore gli vende, riceve caffè difettosi senza valutarli come tali e non rivolge particolare attenzione nella preparazione e nella pulizia delle attrezzature. Non solo.

Non utilizza nessuna ricetta per la preparazione dell’espresso, non ha un menù dei caffè con differenti proposte e metodi di preparazione, né tantomeno possiede abilità legate all’analisi sensoriale sufficienti per valutare come ha cucinato il caffè da lui preparato.

Figuriamoci se può essere consapevole di non saper raccontare il caffè che sta servendo. L’obiettivo sarebbe invece quello di favorire un consumo più consapevole, trasformando un rito “amaro” in una “scelta di piacere”.

È doveroso ringraziare la redazione di REPORT e il lavoro di Bernardo Iovene per questo nuovo servizio dedicato al caffè. Tuttavia è demoralizzante assistere alle dichiarazioni di taluni torrefattori: “Lo facciamo così – (male così) – perché comunque è questo che il mercato ci chiede”. Stiamo forse affermando che sia giusto vendere materia prima difettosa e tostata volutamente male perché sono i clienti a chiederlo? È giunto il momento di aprire gli occhi e di non accettare un certo caffè solo perché costa poco.

In Italia si bevono difetti, ovunque. Le interviste realizzate a Napoli fanno ancora notizia visto che nell’immaginario degli Italiani il capoluogo campano rappresenta l’eccellenza del caffè, anche se nella realtà si tratta di un luogo comune.

È ormai l’ora di azzerare tutto ciò che pensiamo di sapere sul caffè, di mettere l’attenzione sulla filiera affinché siano servite tazzine senza difetti a consumatori più consapevoli. Per iniziare un possibile percorso di conoscenza della bevanda consiglio la lettura del saggio Zero Caffè di Andrej Godina e Sandro Bonacchi (Edizioni Medicea – Firenze).

Voglio comunque spezzare una lancia in favore del territorio partenopeo che può contare su molti ristoranti e caffetterie che hanno fatto del caffè una vera proposta di valore, molto più che in città solo apparentemente più virtuose ma decisamente più pigre e meno evolute. Confido che, come accaduto per la pizza, Napoli possa essere fra le prime città italiane a dare dimostrazione che tradizione non vuol dire reiterare nel tempo dei processi errati.

Grazie allo studio, alla conoscenza e all’applicazione ogni interprete della filiera può migliorare il proprio compito. Solo un consumatore più felice e consapevole può essere disposto infatti a pagare un prezzo più alto, adeguato a sostenere tutti gli attori che lavorano lungo la filiera, dal contadino al barista stesso.

Proprio nell’ultimo anno la materia prima caffè ha raggiunto prezzi più che raddoppiati ma ciò non si traduce ancora in un aumento proporzionale del prezzo della tazzina. Il timore è rivolto alla potenziale impreparazione del consumatore nel comprendere e accettare un aumento. Ma ditemi, come biasimare il consumatore? Perché pagare di più per gli stessi difetti?

Agli operatori del settore non resta che cambiare in modo onesto e responsabile le regole del gioco e il consumo del caffè. Come? Attraverso lo studio, facendo della cultura della conoscenza il proprio passaporto per il futuro”.

                                                                                                      Sandro Bonacchi