domenica 18 Gennaio 2026
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L’intervento di Maurizio Giuli al Trieste coffee expert: «Ecco come è cambiata la competitività del caffè espresso italiano negli ultimi 10 anni di attività dei bar»

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Maurizio Giuli
Maurizio Giuli durante l'intervento al Trieste coffee expert 2025

TRIESTE – Gli organizzatori del Trieste coffee expert hanno assegnato a Maurizio Giuli (Simonelli Group), che è un raffinato studioso sui temi legati al caffè, il tema: “La competitività del caffè espresso italiano”. Tra l’altro, argomentava Giuli prima di intervenire l’argomento si ricollega all’analisi fatta un decennio fà nel libro Il ritorno alla competitività dell’espresso italiano”, attraverso il quale, insieme alla professoressa Federica Pascucci, volevamo fornire stimoli ai torrefattori italiani per riguadagnare competitività in un contesto che era in rapida evoluzione e che se non avessero aggiustato il tiro avrebbero rischiato di rimanere indietro.

Qui trovate la recensione curata dai fratelli Mauro e Franco Bazzara. E qui quella di Patrick Hofer (Caffè Corsini) nel 2014, anno della pubblicazione, Presidente del Comitato italiano del caffè.

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Maurizio Giuli durante l’intervento al Trieste cofffee expert

di Maurizio Giuli (per info cliccare qui o sulla firma)

Dieci anni costituiscono un grande arco temporale soprattutto in un settore come quello del caffè caffè, in cui i cambiamenti sono stati tali da trasformarne profondamente lo scenario e quindi cerchiamo di scoprire com’è evolutivo in questo periodo per capire se è diventato più o meno competitivo ed infine cercheremo di individuare le sfide future che si troverà ad affrontare

Nell’analisi fatta dieci anni fa era emerso che l’industria del caffè italiano era rimasta ferma a vecchie logiche competitive senza riuscire ad intercettare le ampie opportunità che il nuovo scenario offriva proprio al caffè espresso icona dell’italianità.

Il ritorno alla competitviità dell’espresso italiano

In estrema sintesi questa situazione era conseguenza di alcuni fattori che avevano indebolito la competitività degli operatori e riguardavano tre ambiti: il bar, il prodotto caffè ed il consumatore.

Trieste
Maurizio Giuli durante l’intervento al Trieste cofffee expert

Il Bar costituiva il principale anello debole della filiera e come tale fonte di distorsione della competizione. Ciò a seguito di alcuni aspetti, fra cui:

  • Basse barriere d’ingresso
  • Scarsa professionalità tecnica e manageriale degli operatori;
  • Alto turnover e bassa marginalità

Il prodotto caffè era ancora troppo legato a vecchie tradizioni e quindi poco allineato ai nuovi trends di mercato, c’era scarsa innovazione e poca attenzione alla qualità. Il caffè italiano era associato ad un profilo tendenzialmente scuro ed amaro.

Il consumatore italiano lo consumava in modo abitudinario per una scarsa competenza sensoriale, alimentata dalla poca trasparenza dei torrefattori.

Vediamo allora come sono evoluti questi tre ambiti; partiamo dal bar.

Nel grafico sotto vediamo l’evoluzione del numero di bar nel corso dei vari decenni fino ad arrivare alle 150 mila unità di 10 anni fà.

Come cambia il numero dei bar

Tanti bar con un giro d’affari che non era cresciuto allo stesso ritmo significava minor fatturato pro-capite e quindi minore redditività. Per ritornare ad essere competitivo il sistema doveva innanzitutto riportare il numero di punti di bar a livelli più sostenibili e nel libro si stimava che il numero sarebbe dovuto scendere di almeno 40.000 unità per stare intorno ai 115.000 esercizi. Il numero di bar sono effettivamente scesi anche se non ancora al livello proposto.

La domanda ora è: sarà sufficiente? No

2025-2011

Lo dimostra del resto l’ancora alta mortalità: secondo l’ultimo rapporto Fipe il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla costituzione è pari al 53%; se confrontato ad uno studio Confesercenti del 2011, citato nel libro, in cui risultava che il 55,4% degli esercizi avevano meno di 10 anni di vita e che il 40% degli esercizi chiudevano entro i primi 4 anni capiamo che la situazione non è migliorata.

Il numero dei bar in Italia bar in Italia su dati Fipe elaborati

Un’altra evidenza la notiamo dalla percentuale sempre più cospicua di aziende possedute da stranieri, per lo più asiatici e medio-orientali, che, soprattutto nelle ragioni del nord, come Emilia Romagna, Veneto e Lombardia rappresentano oramai il 20%. Questo dato ci dice che per gli standard di vita degli italiani il bar risulta essere un’attività poco attrattiva al pari di altre che deleghiamo alla comunità degli immigrati.

bar fipe numero
Il numero da bar in Italia: elaborazione su dati Fipe, Federazione italiana pubblici esercizio

Dunque il numero di esercizi è ancora troppo elevato, soprattutto se consideriamo altri due fattori sociali.

Dagli anni 70 a oggi

Sono cambiati gli stili di consumo al bar: negli anni 70-80-90, il bar costituiva il centro dell’attività sociale, luogo di ritrovo delle persone, dei lavoratori e dei giovani. Spesso la cerchia delle amicizie ruotava intorno ai clienti di un determinato bar ed il bar era il luogo principe per ritrovarsi e passare il tempo extralavorativo.

Oggi il bar svolge sempre meno questa funzione sociale e risponde sempre più a logiche funzionali. Il minore tempo speso nei pubblici esercizi si traduce inevitabilmente in minori opportunità di incasso.

A questo aspetto sociale si associa un secondo fattore, ovvero quello della curva della popolazione, che come vediamo dal seguente grafico, non solo si sta abbassando, ma se osserviamo gli istogrammi gialli che indicano il saldo nati-morti, a partire dal 1993, il saldo è negativo e questa differenza negli ultimi anni diventa sempre più accentuata. Ciò impatta sulla morfologia della popolazione.

Popolazione italiana (1862-2022)

Come vediamo dal grafico sotto, la fascia della popolazione 15-64 che nel 1991 era pari al 69% è scesa al 63%, ma cosa ancora più preoccupante è la sempre più bassa incidenza della fascia più giovane della popolazione che ha più che dimezzato la sua incidenza.

In prospettiva questo significa che ci saranno sempre meno giovani in grado di sostituire gli adulti che si sposteranno nella fascia degli anziani. In altre parole calerà il numero di utenti futuri del bar e quindi la soglia di equilibrio va ulteriormente abbassata.

Evoluzione popolazione italiana per fasce d’età

Di quanto? Nel grafico sotto si evidenzia la densità sulla popolazione; la curva della densità (numero bar per 10.000 abitanti) sta si calando ma è ancora al di sopra della densità degli anni 80, quando appunto il bar costituiva il centro della vita sociale di molte persone.

Riportare la densità ai valori di quegli anni significherebbe scendere di ulteriori 25.000 unità, che potrebbero diventa 30.000 unità se si tiene conto del diverso contesto sociale. E’ chiaro che questo numero può variare a seconda della capacità degli operatori di creare formule più attrattive, capaci di attrarre i giovani e riportare traffico e momenti di consumo al loro interno rendendo il bar un’attività sufficientemente redditizia.

A generare la veloce proliferazione del numero di bar avevano concorso due fattori: uno è stata la deregolamentazione della legge Bersani che aveva favorito la libera apertura di nuovi locali e l’altro è stato il modello competitivo dei torrefattori, basato sulla pratica di agevolazioni finanziarie che ha contribuito a tenere basse le barriere all’ingresso e ad attirare così personale poco qualificato.

Qualche timido miglioramento è avvenuto anche su questo fronte perché, complici anche le difficoltà del periodo Covid e del post Covid con l’innesco della spirale inflattiva e del costo della materia prima, molti torrefattori hanno iniziato a chiudere il flusso di queste agevolazioni, ma, anche qui, siamo ancora ben lontani da quanto necessario, anche perché i bar continuano ad essere legati ad un rapporto di esclusività col torrefattore per cui risultano poco propensi ad ampliare l’assortimento dell’offerta e poco flessibili nel cambio del caffè da proporre al cliente.

Sul fronte del prodotto caffè sicuramente c’è stata una certa evoluzione qualitativa, soprattutto da parte dei torrefattori che esportano all’estero. In questo decennio infatti molti torrefattori hanno proposto nuove miscele, qualitativamente superiori e sempre più vicine agli standard internazionali dello specialty coffee. Non sempre però questi sforzi sono stati premiati dal punto di vista del business, poiché si sono imbattuti nella ancora bassa competenza dei consumatori.

E’ vero che si è creata una nicchia di consumatori più evoluta ed esigente, però è ancora troppo marginale per innescare quel cambiamento sostanziale necessario. Ad ostacolare questa evoluzione ha contribuito negli ultimi anni l’impennata inflazionistica che ha abbassato la capacità di spesa delle famiglie ed ha riportato centrale il fattore prezzo a scapito degli aspetti qualitativi. Gli stessi torrefattori, per non perdere vendite e contenere gli aumenti dei prezzi, hanno cercato soluzioni di acquisto più economiche.

Alla luce dei cambiamenti tracciati, quanto è competitiva l’industria italiana?

Nel grafico sotto vengono riportati i consumi italiani a volume di caffè degli ultimi anni e notiamo che abbiamo assistito ad un calo della domanda interna. Il calo è particolarmente accentuato nel fuori-casa in cui mancano all’appello 14.000 ton rispetto al pre-covid. Abbiamo assistito ad uno spostamento dei consumi verso il consumo domestico e difficilmente si tornerà ai livelli pre-covid nel breve-medio termine.

Consumi caffè in italia per canale

Maurizio Giuli: “In un contesto di mercato interno saturo, ora anche in calo, i torrefattori italiani avevano cercato spazi di crescita nell’export.

Per quanto l’export costituisca un indicatore sempre meno rappresentativo della competitività dell’industria di un determinato paese, perché con la maggiore concentrazione raggiunta esso è in parte condizionato dalle politiche industriali intragruppo dei principali players internazionali, esso tuttavia continua a rappresentare un proxy sufficientemente significativo.

A livello mondiale l’export di caffè tostato è cresciuto nel periodo 2014-2024 con un tasso medio del 3,6%. Il caffè italiano è cresciuto ad un tasso quasi doppio.

International trade

Dal 2019 l’Italia è diventato il primo esportatore al mondo per volumi di caffè tostato raggiungendo una quota vicina al 22%.

International trade

A valori, l’export mondiale è cresciuto ad un tasso medio annuo del 5,6% e anche qui l’Italia ha performato meglio della media generale, con un tasso medio del 7,2%, ma con un delta molto più ridotto.

International trade

Il grafico sotto esprime meglio di qualsiasi altro il livello di competitività dell’industria italiana. Esso mette in raffronto la quota di mercato dell’export italiano sia in volume che in valore e notiamo che la curva a valore è costantemente posizionata sotto quella a volume.

Ciò significa che il caffè italiano viene esportato ad un prezzo medio più basso rispetto alla media generale; in altri termini il caffè italiano non viene venduto come un prodotto premium e quindi con un sovrapprezzo, ma in una logica di price competition con uno sconto che ha sfiorato addirittura il 27%. Il nostro caffè, che nel 2004 veniva esportato con premium price del 56%, dal 2011 è passato in territorio negativo ed ora ha addirittura prezzi medi più bassi rispetto a quello Olandese, Usa e Canada.

International trade 4

Quali sono i mercati che assorbono più caffè tostato a livello mondiale?

Dal grafico vediamo che la Francia è in testa, seguita da USA e Germania. I valori all’interno dei bollini indicano la quota dell’export italiano: in Germania siamo leader con una quota del 55%, mentre negli USA rappresentiamo l’11%.

International trade

Maurizio Giuli analizza quali sono i mercati più dinamici

Il mercato che è cresciuto di più in termini di importazione di caffè tostato sono stati gli USA, seguiti da Polonia e Francia. La Germania, nostro primo mercato, è uno dei mercati più statici.

L’Italia deve quindi meglio riposizionarsi anche in termini di mercati.

International trade

La domanda da porsi è: ma la via dell’export continuerà a garantire una crescita futura? Lo sarà si, ma in modo più defilato rispetto al passato perché anche qui è cambiato il quadro di riferimento.

Nel libro avevamo proposto il modello PIL-consumo-pro-capite per individuare le aree a maggiore potenzialità di crescita dei consumi. Riprendendo quello stesso modello notiamo che in questo decennio diversi paesi che stavano nel quadrante degli immaturi, come UK e Corea, si sono nel frattempo spostati verso quello dei maturi perché hanno superato quelle barriere culturali che limitavano il consumo di caffè, mentre altri che erano nel quadrante ad alto potenziale hanno fatto notevoli progressi sia in termini di ricchezza che di consumo di caffè tendendo anch’essi al quadrante dei maturi.

Mercati

Maurizio Giuli esamina la situazione in Cina

Pensiamo alla Cina ad esempio; negli ultimi 25 anni, il paese ha registrato un aumento di 9 volte del prodotto interno lordo (PIL) pro capite, sollevando circa 745 milioni di persone dalla povertà. Questi cambiamenti hanno introdotto nuovi modelli di consumo, tra cui una crescente domanda di caffè, che non era tradizionalmente associato alla cultura cinese. Secondo i dati USDA il consumo di caffè interno è triplicato nell’ultimo decennio, passando dai 2 milioni di sacchi del 2015 ai 6,3 milioni (678 mila ton) previsti per il 2025.

Il consumo di caffè in Cina è guidato dalle caffetterie, che secondo Mintel nel 2024 hanno raggiunto quota 161.800 (+12.000 sul 2023). Questa evoluzione non è stata solo quantitativa, ma anche qualitativa perché i consumatori cinesi preferiscono sempre più caffè speciali di alta qualità, rispecchiando le tendenze osservate nei paesi occidentali. La Cina acquista sempre più caffè dal Brasile e Colombia anziché dal Vietnam e Indonesia come faceva in passato.

China

Ma questa crescita non si è tradotta in un’altrettanta opportunità per gli esportatori di caffè tostato: nello stesso periodo infatti le importazioni di caffè tostato pari a 9 mila tonnellate nel 2015 sono tornate nel 2024 sugli stessi valori, dopo essersi mantenute per diversi anni sul livello delle 12-15 mila tonnellate, fatta eccezione del picco eccezionale fatto registrare nel 2016. L’export italiano nello stesso periodo è passato da 1500 tonnellate del 2015 alle quasi 2500 tonnellate del 2024.

Import Roasted Coffee

Gran parte della domanda interna è stata alimentata dagli emergenti operatori locali, come Luckin Coffee che vanta circa 30.000 punti di vendita (di cui 18.590 in Cina), Cotti Coffee che conta 15.000 pdv, e Lucky Coffe che proprio in queste settimane ha già superato la soglia dei 10.000 pdv, che hanno fatto registrare impressionanti ritmi di crescita.

Tutto ciò a fronte di una sempre più marcata difficoltà degli operatori stranieri che avevano aperto il mercato al consumo del caffè, come Starbucks che, con le sue 7300 caffetterie, ha visto erodere la propria quota di mercato dal 34% del 2019 al 14% del 2024, quando ha fatto registrare un calo dei volumi del -1,4% a fronte di un più 36% fatto registrare da Luckin Coffee.

Cina

Maurizio Giuli sulle sfide che riserva il futuro al settore

Le proiezioni relative del mercato globale del caffè indicano una crescita a valore del 4,5%; molto più bassa quella a volume.

Previsione sulle dimensioni del mercato del caffè da qui al 2034

Questa crescita è più che doppia per il caffè Specialty. Ma occorre fare attenzione alla parola Specialty, perché ha cambiato i connotati.

Maurizio Giuli
Il mercato dei caffè speciali

Oggi lo Specialty non si identifica più in quella che era la cosiddetta ThirdWave, con gli artigiani e le boutique del caffè, ma ha un connotato diverso.

Rispetto ad essa siamo in una nuova fase, che possiamo chiamarla come vogliamo, ma se vogliamo rimanere all’interno dello schema delle Waves, possiamo dire che siamo entrati nella quinta ondata, quella del post-specialty, in cui tornano ad essere protagonisti non più i piccoli players, ma i grandi players capaci di presidiare i vari canali e quindi l’omnichannel, di portare innovazione e di rendere il prodotto più accessibile e più omnicomprensivo.

Maurizio Giuli
Uno scenario evoluto

Cosa dobbiamo aspettarci?

  • In termini di mercati non ci saranno più terre vergini da conquistare, ma ci muoveremo all’interno di un mercato sempre più saturo, perché gran parte dei paesi sono già dentro o si stanno avvicinando al quadrante dei mercati maturi e quelli che non lo sono ancora non offrono necessariamente opportunità per gli esportatori, come la Cina insegna.
Maurizio Giuli
Mercato saturo
  • Il settore sarà quindi sempre meno attrattivo. Nel corso di questi dieci anni abbiamo assistito ad una intensa fase di consolidamento con l’arrivo di ingenti risorse finanziarie, ma che ora stanno scappando. Le recenti operazioni di JAB con JDE, di Coca Cola con Costa Coffee, e di Nestlé con Blue Bottle sono solo degli esempi di un quadro che sta cambiando. Non significa necessariamente che il settore subirà un processo di de-consolidamento, ma sicuramente le prospettive future di redditività sono molto meno allettanti rispetto al passato.
Maurizio Giuli
Settore meno attrattivo
  • A rendere il quadro più articolato ci sono anche i nuovi stili di consumo, sempre più esperenziali, in cui il caffè perde il suo protagonismo per diventare uno degli elementi della consumer experience. In tale contesto la pura qualità del caffè perde valore a vantaggio di altri fattori, fra cui la creatività, la flessibilità e la velocità. Ricordiamoci che già oggi gran parte delle bevande vendute in un coffee shop sono bevande fredde e quindi lontane dalla tradizionale tazzina o tazza di caffè o cappuccino.
Maurizio Giuli
Nuovi stili di consumo
  • I nuovi stili di consumo avvantaggiano l’affermazione di nuovi players, più dinamici e reattivi nell’interpretare le nuove esigenze dei consumatori, mettendo in difficoltà i giganti del passato. Essi, non solo sono diventati dominanti nei loro mercati di origine, ma sempre più spesso si stanno espandendo in altri mercati divenendo a tutti gli effetti dei player mondiali in competizione con i player storici.
Maurizio Giuli
Chi sono i nuovi players
  • Infine l’arrivo dei nuovi players non genera trambusto solo nel mercato a valle, ma anche in quello a monte. I players asiatici iniziano a esercitare pressione competitiva anche nei mercati di approvvigionamento del caffè verde, già stressato dagli effetti del climate change e quindi dovremo aspettarci forti tensioni future anche per l’approvvigionamento del caffè verde.
Maurizion Giuli
La crescita delle tensioni nel mercato del verde

Le conclusioni di Maurizio Giuli

Giunti qui possiamo affermare che:

  • il settore italiano si è evoluto ma non ancora abbastanza. Esso continua a presentare criticità che ne ostacolano il pieno sviluppo.
  • il mercato futuro crescerà più a valore che a volumi e quindi occorre trovare il modo per elevare il valore dell’offerta. Il prodotto caffè da solo, anche se di qualità, non basta più per reggere la nuova concorrenza, perché occorre essere in sintonia col mercato locale creando un rapporto stretto col consumatore finale.
  • la competitività si giocherà sempre più sulla capacità innovativa non solo di prodotto, ma anche e soprattutto di branding, di posizionamento e di marketing
  • i mercati saranno sempre più regionali e meno globali
  • Infine occorre rivedere il modello di internazionalizzazione. La partita dell’export in futuro si giocherà con nuove regole e ciò potrebbe rappresentare una sfida impervia per i torrefattori italiani legati ad uno schema di esportazione indiretta oramai datato, perché non consente di porre radici solide sul mercato e risulta debole nel contrastare in modo efficace l’azione degli emergenti operatori locali, capaci di essere più competitivi e reattivi.
Maurizio Giuli
La sintesi dell’intervento di Maurizio Giuli (Simonelli Group) e il quadro delle conclusioni

Maurizio Giuli per info cliccare sulla firma

Maurizio Giuli
Maurio Giuli è l’autore di questa nota annunciata al Trieste coffee expert

Il tè coreano vola a La Teiera Eclettica, Milano: origini, storia e attualità nell’incontro con l’azienda Jukro

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Il tè di Jukro, sul piattino rettangolare le foglie di quello bianco (foto concessa) corea
Il tè di Jukro, sul piattino rettangolare le foglie di quello bianco (foto concessa)

MILANO – Una panoramica rapida sul mercato del tè (sfuso, in bustine, bevande al tè) in Corea del Sud racconta un settore in crescita (omarcgroup.com): il suo valore era stimato in USD 490 milioni nel 2024 e si prevede raggiunga USD 730 milioni entro il 2033.Tuttavia, il consumo pro capite di tè tradizionale (foglie di Camellia sinensis) è basso rispetto ad altri paesi asiatici (tridge.com).

Le ultime stime disponibili (da IndexBox) indicano che nel 2023 la produzione si aggirava attorno a 2,4 mila tonnellate e, prima di allora, nel 2022, la produzione era di circa 2.376 tonnellate.

Altri numeri (IndexBox) sul tè verde (categoria “Green tea, nes”) esportato nel 2023: ~ 153.610 kg; mentre sul tè nero (categoria “Black tea, fermented and partly fermented tea”) ~ 172.613 kg.

Che il tè coreano, specialmente quello verde come l’Ujeon o il Sejak siano di alta qualità artigianale, coltivato su scala ridotta, non è una cosa che in molti sanno (per questi motivi è anche più costoso di certi tè cinesi e giapponesi).

Questa bevanda in Corea, segue la storia dello stesso Paese ed è profondamente influenzato dai grandi cambiamenti socio-politici che lo hanno attraversato nei secoli.

Introdotto dai monaci buddisti circa 1200 anni fa, durante la dinastia Silla (57 d.C.-935 d.C.), che viaggiavano in Cina durante la dinastia cinese Tang. I semi di Camelia Sinensis furono piantati sul monte Jiri dal monaco Daeryeom e gli alberi si sono poi diffusi naturalmente in tutte le regioni meridionali della Corea.

L’evoluzione e i punti di fermo

Durante la dinastia Silla (57 d.C.–935 d.C.), il tè era legato ai rituali buddisti e alla meditazione, veniva consumato dai monaci e dalle élite Hwarang (titolo onorifico dato ai giovani selezionati della nobiltà coreana per diventare guerrieri) e assumeva per lo più un significato cerimoniale sacro.

Il mercato fiorisce durante la dinastia Goryeo (918 d.C.–1392 d.C.), in cui la cultura del tè si diffonde in tutta la società, con la nascita di veri e propri dipartimenti e villaggi del tè, la diffusione di sale da tè pubbliche per i viaggiatori e del tè in polvere simile al Matcha.

La svolta critica arriva con il declino durante la dinastia Joseon, rimasta al potere per ben 500 anni e contraddistinta dal confucianesimo che sostituì il buddismo come filosofia dominante: questo cambio, ha determinato un significativo declino della cultura del tè in tutta la Corea, limitandone il consumo solo a specifici rituali (funerali) e bevuto solo dagli studiosi e dalle famiglie nobili.

Fortunatamente, nonostante la repressione, le tradizioni del tè vennero tutelate da monaci e intellettuali devoti.

Occupazione e repressione giapponese (1910-1950)

Anche durante il dominio coloniale, le pratiche tradizionali coreane legate alla coltivazione del tè furono attivamente represse e molte piantagioni furono distrutte o abbandonate.
Questo ha fatto sì che i metodi giapponesi di produzione del tè verde con l’utilizzo del vapore per bloccare l’ossidazione enzimatica, in particolare le tecniche di lavorazione del Sencha, venissero introdotti per sostituire quelli tradizionali coreani.

Ancora dal Sol Levante, vennero importate le piante cultivar Yabukita, ai tempi una delle più utilizzate in Giappone per produrre tè Sencha e piantate nella parte più meridionale della Corea.

È in questo contesto che appare la potenza visionaria di Cho Taeyon e Kim Boksoon

Due pionieri che hanno dedicato la loro vita allo sviluppo e alla promozione del tè coreano, gettando le basi per l’industria del tè di Hadong (una delle suddivisioni della provincia sudcoreana del Sud Gyeongsang).

Insieme hanno creato il “Goryeo Jeddabonpo Seoncha“, un sistema standardizzato per la lavorazione del tè.

Nel 1962, il signor Cho ha ottenuto una licenza di 15 anni per coltivare alberi da tè e l’approvazione ufficiale del Ministero della Salute e del Benessere per produrre tè. Mentre la signora Kim è riuscita a far registrare il tè come alimento dietetico e ottenne la certificazione sanitaria, diventando la prima produttrice di tè certificata di Hadong.

Parliamo di un’area che è ancora oggi considerata la culla del tè coreano: a differenza delle piantagioni in cui le piante vengono potate, gli alberi di tè di Hadong crescono spontaneamente in terreni montuosi, nutriti dalle pietre e circondati dalle nuvole.

L’azienda JUKRO, “tè coltivato con bambù e rugiada”

Jukro (foto concessa)

Creatura dei due pionieri, è un’impresa produttrice di tè gestita ora dal figlio e dal nipote della signora Kim Boksoon, attualmente uno dei maggiori player nella contea di Hadong, che collabora con altri produttori della zona nello spirito della condivisione di conoscenze e competenze.

JUKRO, significa “tè coltivato con bambù e rugiada”. Durante la dinastia Joseon il tè che cresceva in campi in cui conviveva con il bambù era considerato speciale perché aveva un gusto unico e veniva spesso servito al Sovrano.

Ecco i tè principali firmati JUKRO:
Bongdari Tea, tè bianco prodotto in primavera con le foglie raccolte sulla parte più elevata dei monti Jiri, caratterizzato da naturale dolcezza e gusto complesso vegetale/fruttato
– Jukro Tea, tè verde prodotto in primavera; le foglie fresche vengono tostate nel tradizionale wok coreano attraverso molteplici cicli di arrotolamento, tostatura e raffreddamento. Nel gusto combina note vegetali erbacee, umami e un finale di frutta a guscio
Woori Tea, tradizionale tè nero di Hadong prodotto in primavera con un incredibile gusto naturale di
cacao
– il Matcha nero ottenuto dalla macinazione del Woori Tea
– un tè nero prodotto un unico giorno in estate, quando ci sono le condizioni ideali per la raccolta del tè: quest’anno è stato il 5 agosto

Il tè coreano fermentato con scorze di mandarino (foto concessa)

– un tè fermentato con scorzette di mandarino conservato in una scatola di legno per mantenerlo al meglio

Alcuni dati rappresentativi per comprendere l’attività di JUKRO: nella sola primavera l’azienda produce 500kg di foglie al giorno e ripete la tostatura nel wok 250 volte, interamente a mano. Il lavoro inizia alle 5 del mattino e termina alle 7 di sera. Ogni 15kg di foglie lavorate il wok viene pulito.

JUKRO attualmente, fa parte della Hadong Duckgeum Tea Organization fondata nel 2005 insieme ad altri produttori di tè per preservare la cultura del tè coreano: le foglie devono essere raccolte a mano e lavorate a mano utilizzando il metodo tradizionale di tostatura nel wok per bloccare l’ossidazione.

All’inizio oltre 30 produttori hanno fatto parte di questa organizzazione, negli anni alcuni si sono dedicati alla produzione di tè più commerciali abbandonando le tradizioni manuali e inserendo i macchinari moderni.

Dalla prima licenza commerciale per il tè nel 1962 all’attuale fama internazionale, l’organizzazione incarna il perfetto equilibrio tra il rispetto della saggezza ancestrale e l’innovazione. La sua storia non rappresenta solo la produzione di tè, ma anche l’obiettivo di preservare l’identità culturale coreana per le future generazioni.

Strategie di mercato ed espansione di oggi da e per la Corea

Tra i primi paesi europei con cui JUKRO ha iniziato a collaborare in modo continuativo c’è la Francia, grazie all’incontro con un distributore francese di tè ad una manifestazione dedicata al tè, che ha scelto di iniziare a importare il suo tè nero e il suo tè verde (Palais des Thes, sul loro sito si trovano in vendita cercando Jukro).

Attualmente partecipa ad alcuni Tea Festival in Europa per far conoscere i suoi tè, talvolta individualmente – come al recente Tea Festival a Bruxelles – talvolta supportato dal governo coreano insieme ad altri produttori con il fine di far conoscere i prodotti coreani all’estero.

Yun Seok Cho (foto concessa)

Oltre a questo, a fine settembre ha tenuto a Milano presso La Teiera Eclettica degli incontri per promuovere la cultura del tè coreano e per far conoscere la sua azienda e i tè che produce.

L’analisi: nel sud-est asiatico, il prossimo anno, le caffetterie a marchio saranno più di 200.000, ma il mercato ormai è dominato dalle catene locali

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bar cinesi cina caffetterie a marchio
La bandiera della Repubblica popolare cinese

MILANO – Il mercato delle caffetterie a marchio del sud-est asiatico continua a crescere a ritmo sostenutissimo, ma sempre più al traino dei marchi locali, veri protagonisti di una scena vivacissima, in cui i brand europei e nord americani non hanno più il fulgore di un tempo. Così il Project Café East Asia 2026, l’analisi di World Coffee Portal sull’universo dei mercati del sud-est asiatico, un’area sempre più preminente sul piano economico e della geopolitica, dove i branded coffee shop sono ormai 180.268, con un incremento nel numero di unità del 18,4% nell’arco dei 12 mesi trascorsi: 17 dei 18 mercati considerati dal report hanno registrato crescita netta nel numero di locali e ben 5 paesi (Cina, Tailandia, Indonesia, Vietnam e Filippine) crescita in doppia cifra.

Ma un aspetto ancora più interessante è la predilezione crescente dei consumatori per i marchi di casa.

Basti pensare che, delle 29 catene che contano più di 1.000 caffetterie, 25 sono catene locali.

Un trend che dimostra come questi mercati abbiano sviluppato ormai un’identità propria basata su peculiari tradizioni di consumo locali, che li caratterizzano sul piano culturale e commerciale.

In Cina, in particolare, ben il 57% dei consumatori intervistati ha espresso una preferenza per le catene a marchoi nazionali, rispetto a quelle internazionali

Ma la tendenza è presente un po’ ovunque, in tutto il sud-est asiatico: marchi come Jinji Jawa in Indonesia, ZUS Coffee in Malesia, Pickup Coffee nelle Filippine e Milano Coffee in Vietnam hanno aperto centinaia di locali nell’ultimo anno espandendosi a un ritmo superiore a quello dei loro iconici competitor internazionali, come Starbucks, Dunkin’ e Costa Coffee.

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La Marzocco ed Eversys, Gruppo De’ Loghi, al gala per i 10 anni di We Do It Together: una serata dedicata all’empowerment femminile

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Andrew Daday (Managing Director, La Marzocco USA), Chiara Tilesi (Italian-American filmmaker/attivista), and Ilya Klychkov, Eversys USA President (immagine concessa)

BEVERLY HILLS (Stati Uniti, California) – La Marzocco ed Eversys, specialista in macchine superautomatiche, entrambe Gruppo De’ Longhi, sono orgogliose di aver partecipato e sponsorizzato il gala per il decimo anniversario di We Do It Together, la società di produzione cinematografica senza scopo di lucro fondata nel 2015 dalla regista italo-americana Chiara Tilesi.

Chiara, che vive tra Firenze e Los Angeles, è stata ospite di Accademia del Caffè Espresso ed ha condiviso con noi la sua storia e il suo impegno, che l’ha portata negli anni ad un importante attivismo sul campo.

Il decimo anniversario di We Do It Together (immagine concessa)

Nel 2015 ha fondato We Do It Together, che si dedica all’emancipazione delle donne nell’industria cinematografica e non solo. La mission dell’organizzazione è quella di cambiare la narrazione imperante nei media, dove la donna viene rappresentata come oggetto e stereotipata, proponendo invece una figura femminile soggetto: donne che hanno sogni e ambizioni e sono autrici, protagoniste e proprietarie delle loro storie.

Il decimo anniversario di We Do It Together (immagine concessa)

Il gala, ospitato presso il Mr. Brainwash Art Museum di Beverly Hills, in California, ha riunito una stimolante comunità di artisti, attivisti e sostenitori. Durante l’asta di beneficenza serale, Mr. Brainwash ha contribuito a rendere speciale l’evento mettendo all’asta il suo dipinto Pop Wall, del valore di oltre 85.000 dollari, il cui ricavato è stato interamente devoluto all’organizzazione no profit.

Gli ospiti (immagine concessa)

Molti gli ospiti speciali, tra cui l’attrice Sharon Stone, la modella Bianca Balti e molti altri importanti sostenitori della parità di genere nel mondo dell’arte.

La Marzocco ed Eversys erano rappresentate da Ilya Klychkov, presidente di Eversys USA, Andrew Daday (amministratore delegato de La Marzocco USA) e Scott Guglielmino (direttore marketing de La Marzocco USA).

La serata di gala (immagine concessa)

Il team è stato orgoglioso di aver partecipato ad una serata ricca di conversazioni di valore, con film e contenuti portatori di un messaggio davvero costruttivo.

 

Costadoro annuncia la scomparsa di Duccio Abbo, fuoriclasse e presidente onorario

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Duccio Abbo, presidente onorario (immagine concessa)

TORINO – Costadoro S.p.A. comunica la scomparsa di Duccio Abbo, figura chiave nella storia e nello sviluppo dell’azienda torinese. Fondata nel 1890 al numero 10 di via Pietro Micca a Torino dal commendator Emilio Oreste Beccuti come piccola torrefazione con vendita al minuto, Costadoro ha saputo evolversi nel tempo fino a diventare l’azienda che conosciamo oggi.

Nel 1979, grazie alla fusione con due rinomate realtà piemontesi, Fratelli Trombetta & C. e Caffè Abbo, nasce la nuova e definitiva Costadoro S.p.A..

Gli anni Novanta segnano la trasformazione dell’azienda in un’impresa moderna e strutturata, attraverso l’adozione di innovazioni tecnologiche nella produzione del caffè e il trasferimento degli stabilimenti nell’attuale sede di Lungo Dora Colletta a Torino.

Con il nuovo millennio si avvia il graduale ricambio generazionale ai vertici, confermando la passione di famiglia per l’azienda e per il mondo del caffè. In questi anni prende avvio anche un importante progetto di internazionalizzazione, con filiali commerciali in Francia, Spagna e Regno Unito e una rete di concessionari in Europa, Stati Uniti, Russia ed Estremo Oriente.

Duccio Abbo ha contribuito in modo determinante a consolidare Costadoro come punto di riferimento nel settore del caffè in Italia e all’estero. L’azienda si unisce al cordoglio di Stefano Abbo e della sua famiglia, ricordando con gratitudine l’impegno e la passione di Duccio, che continueranno a ispirare Costadoro nelle future sfide.

“È mancato il Signor Abbo, per tutti Duccio. Non so quanti di voi hanno avuto la fortuna di conoscerlo e il privilegio di lavorarci assieme. Io sì, per quasi trent’anni, e mio padre forse anche di più” ha commentato Giulio Trombetta, presidente e ceo Costadoro S.p.A.
“Duccio era una persona speciale, unica, un fuoriclasse senza eguali. Instancabile, entusiasta con una volontà e una determinazione veramente rare. La fortuna e il successo della Costadoro sono dovute anche e soprattutto grazie a lui”.

Trombetta: “Un commerciale straordinario, un tecnico capace e un profondo conoscitore di caffè. Instancabile, generoso, onesto, leale e senza filtri, sarà difficile poterlo dimenticare. Al di là delle preghiere, credo che la maniera migliore per ricordarlo e onorarlo sia lavorare meglio e sempre di più come lui ci ha insegnato. A Duccio un grazie speciale da parte della Costadoro tutta, della mia famiglia e mio in particolare”.

Hausbrandt Trieste 1892 riceve l’alta onorificenza del premio Industria Felix – L’Italia che compete attribuito dal Cerved, per il terzo anno consecutivo

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La premiazione (immagine concessa)

TREVISO – Hausbrandt Trieste 1892 riceve l’alta onorificenza di bilancio del prestigioso premio Industria FelixL’Italia che compete, aggiudicandosi il riconoscimento come una delle top imprese italiane per performance gestionali e affidabilità finanziaria del settore agroalimentare, secondo l’analisi Cerved.

“Ringraziamo il comitato del Premio Industria Felix per questo prestigioso riconoscimento” dichiara Arianna Zanetti, presidente e ceo di Hausbrandt Trieste 1892 S.p.A. “Sono onorata di ritirare questo premio che riflette l’impegno collettivo e la visione di tutto il Gruppo. Hausbrandt è un patrimonio vivo, fatto di tradizione, passione e qualità nel mondo del caffè. È un’Azienda in continua crescita e il nostro obiettivo è quello di essere sempre più competitivi, generare valore e investire nella sostenibilità, nella responsabilità sociale e ambientale, nell’etica del lavoro e nella cultura d’impresa, perché crediamo che l’innovazione, per essere autentica, debba nascere dal rispetto della nostra storia e da una visione condivisa del domani”.

“In un contesto economico complesso e in un mercato del caffè sempre più sfidante, scegliamo di restare profondamente resilienti. Siamo riusciti a mantenere elevati livelli di performance e raggiungere risultati importanti, – prosegue Arianna Zanetti – non è stato semplice, ma è stato possibile grazie alla forza delle persone che ogni giorno accompagnano il nostro cammino. Sono i nostri collaboratori – interni ed esterni nessuno escluso – a far germogliare il valore dell’azienda. Per questo, desidero esprimere la mia più sincera gratitudine ad ognuno di loro: sono stati il loro impegno, dedizione e professionalità a rendere possibili i risultati raggiunti e il conseguimento dei nostri obiettivi aziendali.”

Hausbrandt, fondata a Trieste nel 1892, è oggi un Gruppo presente in oltre 90 Paesi nel mondo grazie ai brand che hanno contribuito al suo successo: Hausbrandt, Theresianer, Col Sandago e Champagne Martin des Orsyn.

I valori alla base del Gruppo sono solidi e condivisi: la valorizzazione delle risorse umane, la passione per l’eccellenza e il legame tra tradizione e modernità. Nonostante il periodo di criticità l’azienda ha scelto di investire nelle competenze professionali e nell’innovazione per un’offerta di valore che incontri le nuove abitudini di consumo e soddisfi le esigenze di un consumatore giovane e sempre più preparato.

Uno sguardo attento è rivolto anche alla responsabilità ambientale e sociale grazie alla certificazione biologico ed alla recente Fairtrade, sinonimi di una continua ricerca per rendere maggiormente sostenibili i prodotti.

Il premio Industria Felix – L’Italia che compete è un ulteriore stimolo per Hausbrandt a proseguire sulla strada del successo, consolidando la posizione di leader nel settore e ampliando la presenza sui mercati internazionali.

La scheda sintetica del premio Industria Felix

Istituito nel 1969, il Premio Industria Felix è uno dei più prestigiosi riconoscimenti italiani dedicati alle imprese che si distinguono per eccellenza e innovazione. L’analisi delle performance è condotta da Cerved, una delle principali società di informazioni creditizie in Italia.

Tonitto 1939 gelati, annuncia gli accordi con Grisbì ed Elah: nel 2025 previsti 17 milioni di ricavi, 65% all’estero

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Il logo di Tonitto

Tonitto 1939 continua a puntare sull’innovazione nel mercato del gelato confezionato, ampliando le collaborazioni con marchi storici della tradizione dolciaria italiana. L’azienda ligure annuncia nuove partnership con Grisbì e Elah, mentre intensifica il lavoro già avviato con Bauli e Sperlari, introducendo quattro nuovi gusti che combinano storia, identità e creatività.

Le novità arrivano in un mercato italiano in forte crescita, stimato tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro nel 2025, con un incremento del 21% rispetto al 2021. Il segmento delle vaschette guida il trend, segnando un aumento del 28%.

Tonitto 1939 prevede di chiudere il 2025 con un fatturato di 17 milioni di euro

Di cui il 65% generato dall’estero e il 35% in Italia, esportando in 40 Paesi. L’azienda investirà inoltre 3 milioni di euro nel 2026 sullo stabilimento di Genova per rafforzare capacità produttiva e infrastrutture.

Le collaborazioni specifiche introducono nuovi prodotti

Il gelato Grisbì replica l’equilibrio tra croccantezza esterna e morbidezza interna in tre varianti di gusto, mentre il gelato Elah si ispira alla caramella mou Cubik, un prodotto noto nel segmento delle caramelle toffè.

Accanto a queste iniziative, Tonitto 1939 prosegue le collaborazioni già avviate con Bauli e Sperlari, dando vita a prodotti come Gelato Buondì Bauli nelle varianti classico e cioccolato e Gelato Galatine al gusto latte e biscotto. Tutti i lanci 2026 si inseriscono nel progetto “Iconic Italia Gelato Brands”, che valorizza marchi storici italiani nel settore gelati.

Il contesto competitivo vede il gelato confezionato in forte espansione, con crescente attenzione ai prodotti innovativi e alla valorizzazione dei brand storici. La strategia di Tonitto 1939 punta a consolidare la propria posizione in Italia e all’estero, con prodotti che coniugano tradizione e innovazione, rispondendo anche alla crescente domanda di gelati speciali e sorbetti.

L’azienda prevede di rafforzare la propria identità attraverso collaborazioni mirate e l’ampliamento della gamma di prodotti, rispondendo alle tendenze di consumo e alla crescita del mercato.

Nei prossimi anni, Tonitto 1939 continuerà a puntare su co-branding e innovazione di prodotto, confermando la leadership nel gelato confezionato e nei segmenti speciali come High Protein, Vegan e senza zuccheri aggiunti.

A HostMilano 2025 buyer da tutto il mondo: sguardi, esigenze e scenari nell’ospitalità globale

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HostMilano al centro (immagine concessa)

MILANO – Tra layout da esplorare, materiali da toccare e macchine da provare, i buyer internazionali hanno trasformato HostMilano 2025 in un grande laboratorio di scelte. Portando prospettive molto diverse tra loro: dagli hotel di lusso alle cucine in mare aperto, dalla distribuzione asiatica alle filiere nordamericane.

Ne emerge un quadro vivido dell’ospitalità globale, con esigenze che cambiano in base ai mercati, ai volumi e ai concept.

L’hôtellerie punta su nuovo lusso e identità degli spazi

“Lavorare nelle pre-opening significa cercare soluzioni che possano definire l’identità dell’hotel fin dal primo sguardo”, racconta Laura Sloan, Four Seasons Hotels & Resorts (USA). “Cerchiamo prodotti che parlino la stessa lingua dei nostri spazi, che siano coerenti con l’esperienza che vogliamo creare per i futuri ospiti e che offrano durata, estetica e funzionalità in egual misura”.

Un’esigenza che trova eco anche in Medio Oriente. Una buyer proveniente da Dubai conferma un contesto in rapidissima crescita: “Il mercato è estremamente dinamico, con molte nuove aperture. Qui la domanda è vivace e orientata sia al design sia alla capacità delle aziende di offrire supporto tecnico e continuità nel tempo”.

Ristorazione ad alta intensità: continuità, ergonomia e flussi intelligenti

Operare in una grande nave significa gestire la ristorazione come un ecosistema autonomo. “Cerchiamo sistemi che garantiscano continuità e flussi perfetti anche in condizioni operative complesse”, spiega Dieter Xiao, Corporate Food & Beverage Leader di Norwegian Cruise Line (USA). “Le attrezzature devono essere intuitive, durature e in grado di sostenere volumi importanti senza compromettere la qualità”.

Un punto di vista che dialoga con quello degli acquisti internazionali. “Per noi è fondamentale individuare fornitori flessibili, con prodotti affidabili e con tempi di risposta rapidi”, afferma Natalia Niño, Global Indirect Buyer (Colombia) attiva su progetti internazionali in America Latina. “Guardiamo molto all’innovazione che semplifica il lavoro e alla capacità delle aziende di supportare progetti diversi, anche in mercati dove la logistica può essere complessa”.

Distribuzione globale e filiere verticali: design, qualità e nuove opportunità

Dalla Cina arriva uno sguardo orientato al potenziale commerciale del design europeo. “Il mercato cinese è molto sensibile all’estetica e alla qualità percepita”, osserva Yue Ma, Tianjin Hongda Xinjin Trade. “Le aziende che propongono concept coerenti, materiali resistenti e soluzioni ben progettate trovano un grande interesse da parte dei nostri clienti”.

Chiude il cerchio, con una prospettiva di filiera, la voce del mondo bakery nordamericano. “La nostra comunità guarda alla funzionalità, alla qualità e alla capacità delle aziende di innovare nel rispetto delle esigenze dei professionisti”, afferma Martin Barnett, Director della Baking Association of Canada. “Questo tipo di manifestazione ci permette di confrontarci con nuove soluzioni e di capire come evolverà il mercato nei prossimi anni”.

Testimonianze che raccontano un’ospitalità che evolve in direzioni differenti: scenografie per nuove aperture, funzionalità per grandi volumi, affidabilità per gli acquisti globali, design per i mercati asiatici.

Con la sua storica capacità di coniugare panoramica completa e affondi verticali, HostMilano 2025 ha riunito queste esigenze, offrendo uno spazio di confronto che ora si proietta verso Host 2027.

L’appuntamento con la prossima edizione è a Fiera Milano dal 22 al 26 ottobre 2027.

Il WWF sull’Amazzonia: l’Italia contribuisce alla deforestazione di 4000 ettari, 5000 campi di calcio, tra cacao, carne e soia

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Foto di Hans Bijstra da Pixabay

Carne, soia e cacao: i consumi italiani valgono quattromila ettari di Amazzonia distrutti ogni anno secondo il nuovo rapporto Wwf. Leggiamo di seguito un estratto dell’articolo pubblicato sul portale d’informazione La Notizia.

I consumi italiani e la deforestazione in Amazzonia

MILANO – Alla Cop30 di Belém i numeri pubblicati nel nuovo “Amazon Footprint Report 2025” del Wwf e degli istituti di ricerca Trase, Sei e Chalmers riportano l’Italia al centro della scena. Ogni anno i consumi nazionali corrispondono a quattromila ettari di Amazzonia abbattuti, una superficie pari a cinquemila campi da calcio.

È un dato strutturale: l’Unione europea genera circa il 20% della deforestazione globale legata alle catene di approvvigionamento e, di quel totale, l’Italia detiene una quota significativa.

Il peso non dipende solo dalla carne bovina importata dal Brasile ma anche dalla soia utilizzata per alimentare gli allevamenti avicoli e suinicoli, dal cacao che sostiene l’industria dolciaria e dal legname tropicale impiegato nei settori dell’arredo e della nautica. È una responsabilità diffusa lungo filiere che raramente arrivano fino al dibattito pubblico nazionale e che mostrano quanto la domanda interna influenzi territori lontani, spesso in conflitto per la gestione della terra e dell’acqua.

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Fairtrade incrementa l’aiuto per i coltivatori di cacao in un contesto di continua incertezza per le oscillazioni dei prezzi

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L'iniziativa Fairtrade (immagine concessa)

MILANO – Il nuovo prezzo minimo Fairtrade aumenta la rete di sicurezza del 45% a seconda del paese di produzione, con incrementi aggiuntivi nel Premio Fairtrade pagato ai coltivatori e nel differenziale per i produttori biologici.

I nuovi pagamenti, che entreranno in vigore nel 2026, arrivano dopo che i prezzi minimi più alti per la maggior parte dei paesi produttori di cacao sono stati annunciati all’inizio di quest’anno. Sono stati anche concordati accordi speciali per la Costa d’Avorio e il Ghana, dove i prezzi sono regolati dal governo.

I prezzi del cacao sono crollati da un picco di circa 12.000 dollari per tonnellata nel 2024 a livelli attuali inferiori a 6.000 dollari a tonnellata. Anche quando i prezzi aumentano, i coltivatori di cacao non sempre ne beneficiano, poiché i guadagni possono essere annullati da condizioni meteorologiche estreme, malattie delle colture e inflazione.

C’è un aumento aggiuntivo del 50% nel differenziale biologico per i produttori di cacao biologico Fairtrade che devono affrontare costi più elevati per la conformità con le imminenti normative UE sull’agricoltura biologica.

“Speriamo che il nuovo e più alto differenziale biologico sia un incentivo per quei coltivatori che stanno considerando di passare al cacao convenzionale a rimanere biologici e a investire di più nella produzione biologica”, afferma Johanna Schmidt, responsabile del cacao presso Fairtrade International.

Il nuovo pacchetto di prezzi del cacao Fairtrade in sintesi:

Il prezzo minimo Fairtrade per il cacao convenzionale aumenta del 45% a 3.500 dollari USA per tonnellata in Ghana, o 3.200 euro in Costa d’Avorio, a partire dal 1° ottobre 2026, per allinearli al resto del mondo.

Il premio Fairtrade per tutti i paesi aumenta del 15% a 275 dollari USA per tonnellata, e del 13% a 250 euro, per la Costa d’Avorio. Il premio entra in vigore il 1° ottobre 2026 in Ghana e Costa d’Avorio, e dall’11 giugno 2026 in tutti gli altri Paesi.

Il differenziale biologico Fairtrade aumenta del 50% a 450 dollari USA per tonnellata, o 410 euro in Costa d’Avorio, pagabile dal 1° ottobre 2026 in Ghana e Costa d’Avorio, e dall’11 giugno 2026 in tutti gli altri paesi.

In Ghana e Costa d’Avorio, a partire dal 1° ottobre 2026, il 40% del premio Fairtrade deve essere destinato a pagamenti in contanti ai soci della cooperativa, mentre un minimo del 10% deve essere investito nella cooperativa stessa, il 10% nei servizi agricoli e il 10% nei progetti comunitari.

“Nonostante i prezzi globali del cacao siano relativamente alti, il futuro per i coltivatori di cacao Fairtrade non è mai stato così incerto,” dice Schmidt. “Fairtrade non può farlo da solo – invitiamo ogni parte dell’industria del cacao a lavorare con noi per minimizzare la volatilità del mercato e creare un futuro sostenibile a lungo termine sia per i coltivatori di cacao convenzionale che per quelli biologici che sono stati sfruttati per troppo tempo. Anche gli acquirenti possono fare la loro parte inviando un messaggio potente quando scelgono di acquistare cioccolato Fairtrade.”

Clicca qui per i dettagli completi dell’annuncio sui prezzi Fairtrade di oggi.